Roberto Calderoli
Roberto Calderoli

Roma, 2 dicembre 2019 - Diceva Andreotti che i manicomi sono pieni di due categorie, quelli che si credono Napoleone e quelli che vogliono risanare le ferrovie. Potremmo aggiungere quelli che sognano di tagliare gli enti inutili. Eppure, se con una bacchetta magica, potessimo cancellarli tutti e subito, lo Stato risparmierebbe fra i 12 e i 13 miliardi all’anno. Più di un terzo dell’attuale manovra economica. Quanto basta per abolire le tante microtasse contenute nella legge di bilancio e dare una forte accelerazione agli investimenti. Invece, è tutto fermo. Quasi un argomento tabù, nonostante le ristrettezze delle nostre finanze pubbliche. Il caso più clamoroso è quello del Cnel, pronto a risorgere dalle proprie ceneri come l’araba fenice. O le Province, date per morte e puntualmente rimaste al loro posto. O, ancora, i consorzi di bonifica, le comunità montane, i gruppi di lavoro, quelli di coordinamento, gli istituti che salvano gli asini e quelli che tutelano i gondolieri… È perfino troppo facile perdersi nella galassia degli enti inutili, una nebulosa fatta di sigle misteriose quasi quanto i bilanci disponibili e i relativi emolumenti per presidenti e consiglieri. 

Non si sa, con precisione, né quanti sono né quanto costano. È dal 1956 che i governi hanno tentato almeno di chiudere quelli nati e cresciuti durante l’era fascista. Ci sono voluti cinquant’anni e qualcuno è addirittura scampato al bisturi. Ma fra la Prima e la Seconda Repubblica, sono continuati a spuntare come funghi. Il primo ad accorgersene fu Roberto Calderoli, l’incendiario ministro della semplificazione. Voleva bruciare in un unico falò leggi ed enti inutili. Ne individuò 1.612, per la maggior parte addirittura "dannosi". Un fuoco di paglia: in Parlamento si arenò tutto. Poi è toccato a Mario Monti: ci mise le mani con la sobrietà e l’austerità del suo stile. E, da professore alle prese con una tesi di laurea, fece preparare un elenco di 500 sigle da cancellare. Tutto inutile. Negli ultimi cinque anni, solo una cinquantina sono effettivamente spariti. In qualche regione, come la Puglia, l’elenco è addirittura aumentato. 

Fra "enti sottoposti alla Tesoreria unica", quelli "soggetti alle misure di razionalizzazione", gli "enti pubblici ed economici" oppure quelli "pubblici sottoposti al controllo della Corte dei Conti è davvero difficile non perdere la bussola.

Ci capiscono poco gli esperti, figurarsi i profani della materia. Solo così si spiega, come mai una potenza industriale come l’Italia potrebbe fare a meno della Commissione tecnica per la salvaguardia dell’asino a Martina Franca? O, ancora meglio, dell’istituto veneziano per la conservazione della gondola e la tutela, ovviamente, del gondoliere? È da anni che sono nel mirino dei tagliatori degli enti inutili. Così come l’Unione Nazionale della lotta contro l’analfabetismo, nata nel 1947 e definita dal Senato "Ente di grande rilevanza socio- culturale", anche se ormai gli italiani hanno imparato a leggere e a scrivere. Del resto è quasi sempre così. L’elenco degli Enti inutili di Monti si perde nelle secche del dibattito parlamentare. Una volta chiuso, ecco che un emendamento o un ricorso al Tar, e voilà: l’ente è pronto a riaprire i battenti come se nulla fosse. E, così resiste a qualsiasi colpo l’Unione Italiana tiro a segno o il Centro Piemontese degli studi africani. Chissà perché proprio a Torino. Mentre non c’è stato verso di rinunciare all’Istituto Incremento ippico della Sicilia.

È andata meglio per l’ente nato per acquistare "stalloni" o per il trattamento della "psoriasi" in Puglia, entrambi chiusi. Così come il gruppo di lavoro per lo studio "dell’alga". Ma non c’è stato verso di tirare giù la saracinesca al "Comitato scientifico sui Tratturi" o al centro studi transfrontalieri di Comelico e Sappada. Per non parlare dell’istituto culturale che studia le comunità dei ladini, le ville tuscolane o il gas petrolio liquefatto. Davvero potremmo rinunciarci? Macché. Del resto, una poltrona o un posto in qualche comitato è davvero difficile negarlo. Soprattutto per i politici della prima e della seconda Repubblica. Vedremo per quelli della terza. In attesa della vera "spending review".