Carlo Calenda (Azione): "Troppi conflitti d’interesse e politica industriale ferma. Un sostegno agli editori puri"

L’ex ministro dello Sviluppo: da anni denuncio il caso dell’ex Fiat, la sinistra non si fa sentire

Carlo Calenda

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Senatore Carlo Calenda, da ex ministro dello Sviluppo economico, ha guidato un osservatorio privilegiato sul nostro sistema produttivo. Quanto pesano i conflitti di interesse nel capitalismo all’italiana?

"Abbiamo ottimi imprenditori e pessimi capitalisti, nel senso che non riescono ad andare oltre a una dimensione aziendale medio-grande. Quando tentano di fare il salto e diventare una multinazionale sopra i cinque miliardi di fatturato normalmente non riescono, ma soprattutto non riescono ad aggregare".

Anche nel caso dell’automotive?

"Qui è successo che le seconde, le terze e le quarte generazioni sono andare verso business finanziari. Per cui alla fine sono prede dei gruppi internazionali".

Pensa a Stellantis? Non è stata una fusione?

"Parlano i numeri. Stellantis oggi concentra in Italia il 10% degli investimenti, da qui arriva un decimo dei brevetti, tutte le fabbriche francesi sono già pronte per l’elettrico e da noi una sola. Altro che la storia della fusione. Basta guardare al cda del gruppo, praticamente tutto francese, dove l’unico che ha un peso è l’amministratore delegato".

Quindi, ha ragione Meloni quando dice che Stellantis non cura gli interessi nazionali?

"È un discorso che faccio da cinque anni, da solo, da quando è stata venduta Magneti Marelli e poi è stata data la garanzia pubblica a Stellantis per fare la fusione e distribuire i dividendi in Olanda, senza nessuna vera e durevole garanzia sugli occupati e le fabbriche italiane. Spero che il governo faccia il suo lavoro. Ma spero che anche la sinistra si faccia sentire. È assurdo che Meloni si intesti questa battaglia".

Si riferisce a Cgil e Pd?

"Ricordo che Landini criticò duramente Marchionne quando comprò Chrysler e aumentò produzione e occupati. Ora definisce Stellantis una grande operazione con una riduzione del 30% dei volumi. Senza parlare di Schlein, che non ha mai pronunciato la parola Stellantis. Anzi lo stato maggiore del Pd è andato a Mirafiori per l’inaugurazione di un impianto per la rottamazione delle batterie senza dire una parola sulla desertificazione di quella fabbrica".

Come si spiega questo silenzio?

"Semplice, hanno paura di inimicarsi il proprietario di un grande gruppo editoriale, come Repubblica ".

Torniamo, quindi, al tema iniziale, quello dei conflitti di interesse?

"Certo. Io la mia proposta l’ho fatta. Il canone tv oggi va per una quota al Mef. Io proporrei di dare questa parte agli editori puri, in proporzione rispetto alle vendite in edicola, a condizione che facciano contratti dignitosi ai giornalisti, per garantire la qualità e la libertà dell’informazione. Del resto, oggi un gruppo editoriale di grandi dimensioni vale fra i 90 e i 100 milioni, meno di una campagna di marketing di una multinazionale dell’automotive. È un buon affare per la lobbies , ma è la fine del ruolo dei giornali, perché inevitabilmente quel quotidiano tratterà una determinata vicenda pro domo dell’imprenditore".

Nel frattempo, però, sono ripartiti gli eco-incentivi.

"Il problema è che prima di dare nuove risorse avremmo dovuto sapere da Stellantis il suo piano per l’Italia. Altrimenti è come se ci avessero venduto la Fontana di Trevi tre volte: una prima quando hanno ottenuto la garanzia pubblica per la fusione, poi quando hanno promesso di non toccare fabbriche e operai in Italia in cambio degli incentivi e ora che dicono che per mantenere la presenza vogliono anche i contratti di sviluppo. Non credo che il governo francese accetti questo tipo di strategia. Allora bisogna chiarire una cosa: se per il gruppo Stellantis l’Italia è un mercato qualsiasi, da dove possono andare e venire secondo la convenienza del momento, noi dobbiamo in primo luogo saperlo. Per questo ho chiesto al presidente della Commissione attività produttive della Camera di fare una grande indagine sul’automotive e di convocare anche Elkann, che deve rispondere delle garanzie che ha dato all’epoca sulla vendita Magneti Marelli e poi sulla fusione di Stellantis".

Non c’è anche un grande tema di politica industriale in Italia?

"È il tema principale. L’America ha messo sul tavolo un migliaio di miliardi di dollari. La Germania, dopo l’allentamento sugli aiuti di Stato, ha sostenuto in maniera massiccia le imprese anche con i proventi delle aste sulla Co2 per abbassare i costi dell’energia. Noi non stiamo facendo nulla. Meloni ha addirittura cancellato gli incentivi di Industria 4.0, l’unico strumento che incoraggiava gli investimenti e la transizione verso il digitale delle imprese. Ho proposto di finanziarlo con i fondi del Pnrr che non riusciremo a spenderlo. Nessuna risposta. Davvero possiamo pensare che un Paese, diventato grande grazie alla manifattura, possa andare avanti senza l’industria e diventare un popolo di camerieri dei cinesi?".

Ultima domanda. Chi ha sbagliato per l’Ilva?

"La strategia degli ultimi governi è stata folle. Abbiamo fatto saltare un contratto blindato che prevedeva 5 anni di controllo e 4,2 miliardi fra investimento e prezzo non per nazionalizzare, ma per fare una società in minoranza con lo stesso investitore. Un Paese da matti".