Alla fine, come previsto, abbiamo ancora un governo. Il che non esclude che il Paese abbia ancora un problema: la giustizia. Sul voto di ieri in Senato, c’è poco da dire. Totò l’avrebbe alleggerito con una gag, mentre Hitchcock sarebbe morto dagli sbadigli. Nessuna suspense, nessuna sorpresa: non è il momento di una crisi, e le forze di maggioranza non ci pensano nemmeno di cedere lo scettro del comando. Stop.

C’era un minimo di curiosità su come Renzi avrebbe salvato Bonafede dopo averne chiesto da anni la decapitazione, ma anche questo salto triplo è finito con il solito rituale: «segnali positivi da Conte», senso di responsabilità, un monito ad «amministrare la giustizia e non il giustizialismo». Tradotto per il popolo: abbiamo scherzato, il seguito alla prossima puntata o al probabile rimpasto.

Detto questo, due osservazioni. I distinguo Pd, oltre a quelli di Italia Viva, sull’operato del ministro, ci riconsegnano una coalizione granitica nella legittima autodifesa, molto meno nel merito delle cose. Il che non è un dettaglio. In effetti, in questi mesi sono successe molte cose sulle quali Bonafede è parso navigare a svista. Lo squaglio del Csm. Una rivolta nelle carceri di cui non si ricordava la virulenza. Una successiva ’casuale’ ondata di richieste di scarcerazione di criminali e mafiosi, circa 400, che sentivano minacciata dal virus la propria salute, e per i quali l’amministrazione penitenziaria e i magistrati di sorveglianza non hanno trovato altra soluzione che il ’tutti a casa’. Riportando boss e colonnelli nel grembo di compari e picciotti. Infine, le dimissioni dei due maggiori dirigenti del ministero per questo fuggi fuggi e per un verminaio di intercettazioni. Può bastare? Salvato il governo, non c’è dubbio che da oggi bisognerà fare qualcosa di altrettanto serio: salvare la giustizia.