Bettino Craxi ascolta Rino Formica. L’ex ministro socialista ha oggi 92 anni
Bettino Craxi ascolta Rino Formica. L’ex ministro socialista ha oggi 92 anni

Roma, 13 gennaio 2020 - No, non è solo una questione di date. Né del film che sta riempiendo le sale italiane, "Hammamet" di Gianni Amelio con Pierfrancesco Favino. No, il ragionamento da fare è più generale. E Rino Formica, storico dirigente socialista, non si sottrae al confronto: "Vedo che Francesco De Gregori, Staino e tantissimi altri recuperano la memoria di Craxi. Non mi meraviglia. Ho sempre saputo che i famosi conti con la Storia vanno fatti".

Formica, quando Bettino morì lei che cosa fece?
"Sapevo che stava male. E andai al funerale in Tunisia. Ero molto scosso, specialmente perché pensavo agli ultimi, dolorosi e tristi, anni della vita. Proprio in questi giorni ci riflettevo: è mai possibile che la classe politica di allora gli abbia impedito di curarsi? Penso solo a quella lettera di Giuliano Amato pubblicata alcuni giorni fa. Già l’inizio è terribile: ’Caro presidente’. Chiamava così, era il 1999, un uomo con cui aveva diviso gran parte della sua vita politica. E gli diceva di farsi curare dai bravi medici tunisini... Roba da non crederci. Morire in esilio. Praticamente solo. E senza nessuna istituzione al suo fianco...".

Sta tornando un senso di umana pietà per Craxi?
"Certo, è un elemento importante, non l’unico però".

Intanto ce ne parli.
"Incredibile la fine che è stata fatta fare a un presidente del Consiglio italiano malatissimo e costretto all’esilio da una persecuzione...".

Esilio?
"Sì, esilio. Bettino non scappò. Non era un codardo. Aveva solo il timore che potessero ucciderlo in carcere. Craxi fu l’unico capo di partito processato con il motto giustizialista del “non poteva non sapere“. Al contrario degli altri leader che, pur nelle stesse condizioni e con le stesse imputazioni, non hanno mai avuto attacchi così diretti e individuali. In tal senso c’è un recupero della figura di Bettino. Perché si è capito che furono consumati atti tribali: un’umiliante degradazione nonché una terribile degradazione".

E dal punto di vista storico?
"Qui sta il punto più importante, i conti con la Storia. E cioè che cosa fu l’Italia che costruì la Prima Repubblica. Fummo paese di frontiera tra Est e Ovest. E in quel mondo spaccato ci fu necessità di una diplomazia totale. Nell’Italia dovevano esserci gli stessi amici e nemici che calcavano le scene internazionali. Bisognava costruire la democrazia con il concorso di tutti. Il progetto riuscì e, da paese rurale, diventammo la sesta potenza industriale nel mondo".

Ma Craxi?
"Craxi entra in scena al congresso socialista di Venezia della fine degli anni Cinquanta e guiderà il Psi nella grande crisi degli anni Settanta. Diventa leader al Midas nel 1976, diventa leader assoluto nel 1981 al congresso di Palermo prima e, nel 1983, quando arriva a Palazzo Chigi. In quegli anni d’oro compie i suoi errori. Gravi".

Quali?
"In primis l’idea di lasciare il Psi a feudi contrapposti a livello locale. E poi quella sua paura del vuoto, problema anche di Nenni, che lo portava a cercare ossessivamente la governabilità. Questo perché era cresciuto con uomini politici di grande spessore, ma che avevano vissuto il 1919 e il ’21".

Craxi com’era umanamente?
"Lui era ’totus politicus’. Si scioglieva solo se si parlava di politica perché era davvero interessato alle ragioni degli altri. Del resto, nulla gli interessava. Non vestiva alla moda e il suo appartamento al Raphael era un caos. Leggeva disordinatamente e solo in funzione politica".