"Sergio Colomba: una piccola forma d'arte della critica teatrale"

Il critico teatrale Sergio Colomba, scomparso ieri a 78 anni

Come si racconta il teatro?

Come si spiegano al pubblico

i codici di uno spettacolo,

il senso di una scelta registica, la poetica di un attore?

Sergio Colomba, firma storica delle nostre testate, ha fatto per decenni della critica teatrale una piccola forma d’arte, unendo a una scrittura colta e curata una capacità di analisi raffinata e quasi scientifica. Perché Colomba, morto ieri mattina a Bologna

a 78 anni dopo un lungo e tribolato calvario, ha fatto parte di una generazione di intellettuali come Franco Quadri o Roberto De Monticelli capace di fornire alle platee nuovi strumenti di lettura degli spettacoli. Era quello, parliamo degli anni ‘80-‘90, il tempo in cui i critici erano temuti dai teatranti e ascoltati dai Palazzi del potere, sceglievano di “sporcarsi le mani“ su progetti culturali a loro affini e guardavano con sospetto interesse i movimenti sperimentali (a volte sposandoli, a volte avversandoli).

Colomba, nato a Bologna il 22 luglio 1945, ha trascorso la sua vita nel capoluogo emiliano: qui si è laureato in storia della Chiesa, qui ha insegnato per lunghi anni all’università ‘metodologia della critica e storia del teatro’, qui ha collaborato a il Resto del Carlino prima e a Qn poi.

Ha scritto numerosi libri come L’immortalità leggendaria (con Albert Dichy) su Jean Genet, Assolutamente moderni dedicato alle figure e alle questioni teatrali degli anni ‘80 o ancora Le ceneri della commedia incentrato su Bertolt Brecht. La voce di Narciso testimonia il suo rapporto intellettuale con Carmelo Bene a cui lo ha legato un’amicizia sincera e fertile anche se difficile. Più franco e spontaneo il rapporto con un altro grande innovatore (per altri versi) della scena del secondo ‘900 come Giorgio Gaber.

Bisogna andare a rileggersi le recensioni di Colomba per ritrovare il piacere della puntualizzazione, lo squarcio di una nuova visione, l’ironia corrosiva, lo scarto verso altri versanti. Come era stato per il suo maestro Massimo Dursi, come dovrebbe essere ancora.

Claudio Cumani

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