Lunedì 17 Giugno 2024
PIERFRANCESCO
Magazine

"Matteotti fatto uccidere dal duce?" . Turati stupito, Kuliscioff in ansia

Le lettere scambiate nei giorni del rapimento. Il leader socialista all’inizio esclude un ruolo del governo .

"Matteotti fatto uccidere dal duce?" . Turati stupito, Kuliscioff in ansia

"Matteotti fatto uccidere dal duce?" . Turati stupito, Kuliscioff in ansia

De Robertis

"Mia carissima, siamo in una pena orribile per le sorti di Matteotti. Ieri alle 16 uscì di casa ma nessuno di noi l’ha visto, e da allora in poi non se ne hanno più notizie. Non ha ritirato né le lettere alla posta né i biglietti che gli abbiamo lasciato".

È il pomeriggio dell’11 giugno 1924 e la corrispondenza tra Filippo Turati e la compagna, Anna Kuliscioff, ci fornisce la miglior cronaca – dall’interno, come la vissero i protagonisti di allora – delle drammatiche ore che seguirono al rapimento e all’assassinio di Giacomo Matteotti, esattamente cento anni fa. Un documento straordinario, custodito nella biblioteca comunale di Forlì, pubblicato da tempo da Einaudi, ma che riletto adesso fornisce un angolo di visuale diverso da quanto scritto e detto negli anni sul delitto. Una cosa è la storia sui libri, a posteriori, un’altra quella vissuta al momento.

Turati era il maestro di Matteotti, il padre politico del deputato di Fratta Polesine, cui nel ’22 Turati aveva lasciato la guida dei socialisti riformisti, e Anna Kuliscioff la compagna dell’anziano leader socialista, che abitava con lui (quando non si trovava a Roma alla Camera) in piazza Duomo a Milano. La loro corrispondenza è fittissima, e a proposito di Matteotti, vivida e struggente.

Nell’immediato non fu infatti subito chiaro che cosa fosse successo. La prima notizia della sparizione apparve solo il 12. Scrive Turati sempre l’11 giugno: "La moglie lo attese tutta la notte alla finestra. È moralmente impossibile che sia mancato alla discussione sull’esercizio provvisorio ma più ancora impossibile che non ci abbia fatto arrivare una parola rassicurante. Abbiamo aperto tutta la sua corrispondenza per avere qualche indizio utile ma niente. Trattandosi di Matteotti abbiamo anche escluso un’avventura donnesca". Lo smarrimento di Turati va avanti. "Speriamo che la cosa si risolva in una risata ma l’ipotesi più probabile è che egli sia vittima di un sequestro di persona. Certo, non è verosimile che un delitto sia stato organizzato dal governo, ne avrebbe troppo danno, anche se gli Albino Volpi ci sono dappertutto". Senza volerlo, e pur escludendo un coinvolgimento al massimo livello, Turati aveva invece indovinato il nome dell’assassino.

La Kuliscioff riceve la lettera la mattina del 12, quando ancora la notizia della sparizione di Matteotti non è conosciuta, e subito risponde. "L’incubo Matteotti fu una tegola sulla testa, da rimanere mezzo scema. L’unico filo di speranza è che Matteotti, monello com’è, ci abbia fatto a tutti un tiro birbone. In ogni caso a un semplice sequestro di persona non credo, è nella natura della violenza sopprimere le tracce". Turati scrive di nuovo il 12, nel pomeriggio, quando qualcosa sulla dinamica del fatto iniziava trapelare. "Se il povero Matteotti in questo momento sia ancora vivo nessuno può saperlo, ma purtroppo pare impossibile che i rapitori vogliano lasciar vivo il testimonio delle loro gesta. Proprio ora si diffonde una voce che fu ritrovato vivo in aperta campagna, feritissimo, forse in fin di vita".

Una cronaca viva, che dà l’idea dello smarrimento umano in cui si trovarono le persone più vicine al giovane segretario del Psu, smarrimento anche politico. Leggere i giudizi sui possibili sviluppi della crisi che ne seguì è ancora più interessante. "Questi fatti dovrebbero affrettare la crisi del fascismo", scrive Turati alla Kuliscioff sempre il 12 giugno. "Il nostro povero Matteotti ha forse salvato con il proprio sacrificio qualche altra vita, per esempio quella di Amendola", il 13. "Un rivolgimento c’è. Si sono imbottigliati, è difficile che ne escano", dice il 15. "Il sacrificio del nostro povero Matteotti ha iniziato irreparabilmente la fine del regime criminale", è una lettera del 18.

Purtroppo Turati si sbagliava. Mussolini riuscì a reggere all’urto, contando sull’ignavia del re, sulle divisioni delle opposizioni e sulle complicità che dal ’22 in avanti era riuscito a conquistarsi. Molti, anche involontariamente (ma non meno colpevolmente) gli dettero una mano. Il Vaticano aveva liquidato Sturzo e il cardinale Gasparri aveva avviato proficui colloqui con Mussolini per il salvataggio delle banche cattoliche da parte del governo, che in effetti avvenne, per cui mantenne un atteggiamento neutro; insigni esponenti del mondo liberale non tolsero l’appoggio a Mussolini e ricordiamo come Benedetto Croce, il grande Croce, confermò il voto di fiducia al gabinetto Mussolini anche il 25 giugno, due settimane dopo il delitto, quando le responsabilità assassine del fascismo erano chiarissime e quando il duce era così debole che sarebbe bastato poco per farlo cadere; per non parlare dei comunisti, che con Gramsci, passato nella cultura di massa come un illuminato liberale, salutò con parole raccapriccianti (almeno a leggerle ora) l’omicidio di Matteotti: "È morto un pellegrino del nulla, uno che non andava da nessuna parte". E invece era morto per la libertà.