Martedì 18 Giugno 2024

Manzoni a lezione dalla bambinaia La correttrice in lingua fiorentina

La correttrice di Alessandro Manzoni: la storia di Emilia Luti, bambinaia di Firenze che lavorò con lui per riscrivere I Promessi Sposi in una lingua comprensibile a tutti. Uno studio matto e disperatissimo che restituisce dignità e spessore letterario a una figura rimasta nell'ombra.

I capolavori hanno il dono dell’immortalità. E della letteratura nostrana I promessi sposi di Alessandro Manzoni sono una pietra miliare per molte ragioni, non ultima quella della celeberrima risciacquatura dei panni in Arno, il lungo e faticoso processo di revisione linguistica che diede all’Italia (non ancora unita) una lingua comune. Passano i secoli e di Manzoni (ri)leggiamo ogni aspetto illudendoci di mettere la parola fine. Ma qualcosa ci sfugge.

Fino a non molto tempo fa, per esempio, poco si sapeva di Emilia Luti, la bambinaia di Firenze che lavorò con dedizione assieme a Manzoni per riscrivere in una lingua comprensibile a tutti, il toscano, quello che sarebbe diventato il romanzo per antonomasia nel cuore di ogni italiano. Ora possiamo saperne di più grazie a Emanuela Fontana, che ne La correttrice. L’editor segreta di Alessandro Manzoni (Mondadori), ha restituito dignità e spessore letterario a una figura rimasta per troppo tempo nell’ombra.

Errore. I suoi consigli, di cui rimane traccia in numerosi bigliettini, si rivelarono una manna caduta dal cielo per quello che a metà Ottocento era lo scrittore più famoso d’Italia. Ma se nel romanzo storico di Fontana, gradevolissimo, Emilia Luti è il personaggio principale (con la partecipazione entusiastica di Manzoni), attorno a lei ruotano figure e luoghi non meno trascurabili, da Massimo d’Azeglio (fu proprio lui a portare Emilia Luti a Milano) a Giovan Pietro Vieusseux, che nel suo Gabinetto letterario si erge a re, senza dimenticare molti componenti della famiglia Manzoni.

Il bianco e nero si stende su Firenze e Milano. E di colpo si riaprono le porte di luoghi svaniti o dimenticati. Alla fine, sul palcoscenico della storia lo spazio se lo prendono le parole, che cambiano pelle assieme al romanzo di cui sono sostanza. E poco importa se non sapremo mai cosa si sono detti davvero a quattr’occhi “don Alessandro“ e “madamigella Luti“. Ci piace immaginarli esattamente come l’autrice ce li restituisce al termine di uno studio matto e disperatissimo che le invidiamo.

Giuseppe Di Matteo