Bologna, 21 febbraio 2018 - A cinquant'anni dai drammatici giorni dell’invasione sovietica che represse brutalmente la “Primavera di Praga” (agosto 1968), è un fumetto ad aprire le celebrazioni di un evento che ha segnato il corso della storia. Con “Il libraio di Praga” Vittorio Giardino completa la trilogia dedicata a uno dei suoi personaggi più amati dal pubblico, Jonas Fink, e questo terzo episodio si svolge proprio in quella drammatica estate del ‘68.
Già uscito in Francia in occasione del Festival del fumetto di Angoulême (con numerose recensioni molto positive), il terzo episodio sarà nelle librerie italiane dal 6 marzo  per Lizard Rizzoli,probabilmente in un volume unico che raccoglie anche i primi due capitoli con il titolo “Jonas Fink - Una vita sospesa”. Una pubblicazione vissuta come un evento dal mondo del fumetto, anche perché si tratta di un’attesa durata vent’anni. Autore colto e raffinato, Giardino (bolognese classe ‘46) si conferma capace di emozionare con la sua creatività raccontando la storia di questo ebreo praghese che vive i vari stadi della repressione comunista nell’intreccio delle sue vicende personali, familiari e sentimentali. Oltre all’uscita di questo terzo capitolo di Jonas Fink, Giardino sarà anche protagonista di un documentario sulla sua carriera, “Le Circostanze” realizzato da Lorenzo Cioffi e da ‘Ladoc’.
Dopo aver aspettato tanti anni, immagino che sia voluta la scelta del 2018 per questo terzo capitolo...
«E invece le dirò che è proprio una coincidenza. Non ho mai azzeccato un anniversario e non ci ho mai puntato. E’ venuta così».
A distanza di tanti anni, il finale è cambiato da come lo aveva immaginato allora?
«No, io avevo in mente tutta la storia sin dall’inizio e immaginavo il finale proprio come l’ho realizzato, a parte qualche piccolo aggiustamento. Pensavo di fare il terzo libro in tempi brevi...»
E invece?
«E invece nel frattempo era scoppiato il conflitto  in Jugoslavia che (al di là di quello che ci hanno raccontato e delle spinte nazionaliste) per me è stata una vera e propria guerra civile. Così, essendomi interessato da anni al tema della guerra civile spagnola, di fronte alla situazione nei Balcani e all’assedio di Sarajevo, la vecchia tentazione di raccontare in una storia la guerra civile spagnola è venuta fuori. Pensavo di cavarmela in poco tempo, invece con “No pasaràn” ho realizzato una storia di circa 160 pagine. Poi sa, ci sono stati momenti in cui ho pensato di non poter portare in fondo Jonas Fink. In fondo ho una certa eta».
Adesso, però, finalmente ci siamo. E’ una storia con una formula non comune nel fumetto dove spesso i protagonisti non invecchiano
«Ho  voluto rappresentare il fatto che il tempo cambia le cose inesorabilmente e fare una storia in cui invecchiano anche i personaggi, non solo l’autore. Qualcuno in Francia ha detto che questa formula è una storta di “vendetta” degli autori, ma in realtà mi premeva sottolineare un’altro aspetto: tante cose del destino di ognuno di noi sono determinate da circostanze che non sono nel nostro controllo. Se fossi nato e cresciuto a Praga, probabilmente avrei avuto una vita simile a Jonas Fink».
Perché un personaggio ebreo?
«Perché volevo raccontare un fenomeno molto dimenticato in Occidente: ovvero che i Paesi socialisti che, per definizione, dovrebbero essere contro ogni forma di razzismo, in realtà hanno sviluppato una forma particolare di antisemitismo»
Cosa c’è di Jonas Fink in Vittorio Giardino?
«Tanti difetti, ancora più accentuati rispetto ai miei. Per esempio la continua indecisione o la facilità di autoassolversi».
E i pregi? 
«Quello di essere fondamentalmente onesto. Jonas Fink mente, ma lo fa per sopravvvivere. E poi il coraggio che credevo di non avere e che ho scoperto in circostanze difficili della mia vita».
Quando ha cominciato a lavorare a Jonas Fink era forte ancora l’emozione per la caduta del Muro di Berlino. Da allora, i muri non sono spariti...
«In generale, con il passare degli anni, tendo a essere ottimista, ma riguardo alle sorti della politica mondiale ed europea sono molto preoccupato. Per esempio, nel caso dell’immigrazione non nego che ci siano problemi, ma credo che manchi la voglia e la capacità di immaginare noi stessi al loro posto, porsi il problema di cosa provano, cosa sentono cosa sognano. Bisogna immaginarsi di essere l’altro, così l’altro non è visto come un estraneo e cadono tanti pregiudizi».