Venerdì 21 Giugno 2024
RICCARDO JANNELLO
Magazine

Guerra per l’eredità, l’ultimo labirinto di Borges

La vedova e custode del patrimonio del genio è scomparsa il 26 marzo senza lasciare testamento. E a sorpresa spuntano 5 nipoti

Guerra per l’eredità, l’ultimo   labirinto di Borges

Guerra per l’eredità, l’ultimo labirinto di Borges

di Riccardo Jannello

La cecità è una forma di solitudine, diceva Jorge Luis Borges che pure di occhi sani non aveva bisogno per immaginare quel mondo pieno di emozioni che ha espresso nei suoi racconti iconici. Ma aveva chi leggeva per lui, chi metteva sulla carta le sue idee: quegli occhi ora non ci sono più perché Maria Kodama, allieva, segretaria, moglie anche solo se per cinquanta giorni, e unica erede se n’è andata il 26 marzo e senza di lei si apre un contenzioso sui beni dello scrittore che l’autore de L’Aleph e di Finzioni non avrebbe mai voluto. Un’eredità fatta non solo di appartamenti – due a Buenos Aires più il palazzo della Fondazione e due fra Ginevra e Parigi –, ma principalmente di libri, corrispondenza e un archivio sterminato. E soprattutto dei diritti d’autore.

Kodama non ha lasciato un testamento che ufficializzasse ciò che ha sempre dichiarato fin dalla morte dello scrittore: il patrimonio doveva essere suddiviso fra due università, una negli Stati Uniti una in Giappone (il Paese di origine del padre), perché Maria non si fidava delle istituzioni argentine. Ma non sapeva di avere cinque nipoti, nati da un fratello anch’egli di nome Jorge poco frequentato e morto nel 2017. Così quando martedì i cinque sconosciuti Kodama – fra loro un’avvocatessa – si sono presentati in tribunale a Buenos Aires per reclamare quello che considerano un loro diritto, il legale di Maria e della Fondazione Borges, Fernando Soto, non ha potuto fare altro che raggiungere un accordo affinché venga inventariato il patrimonio per proteggerlo; poi sarà un giudice, ahimé, a deciderne la destinazione. "Beati coloro che non hanno fame di giustizia – scriveva Borges –, perché sanno che la nostra sorte, avversa o benigna, è opera del caso, che è inscrutabile".

Maria Kodama aveva 38 anni meno di quello che è considerato con Storia universale dell’infamia (1935) l’artefice del "realismo magico", la corrente letteraria che si oppose al naturalismo ottocentesco creando capolavori come quelli di Gabriel García Márquez che al contrario di Borges ottenne il Nobel mentre l’argentino, pur considerato il vero maestro, non lo ricevette mai. Una carta svelata dell’Accademia di Svezia lo considerava "troppo esclusivo o artificiale nella sua geniale arte in miniatura"; lui stesso amava scherzarci su con ironia: "Si tratta di una vecchia tradizione scandinava: mi candidano per il premio e lo danno a qualcun altro, e questo è una specie di rito".

Nella vita di Borges Maria compare nel 1949 quando a 12 anni si presenta a una conferenza dello scrittore, ma lei lo conosceva da quattro anni quando l’insegnante di inglese le fece leggere i versi di Two English Poems: "Ti offro povere strade, tramonti disperati, la luna dei laceri sobborghi". A sedici diventa sua allieva in un corso di letteratura medievale islandese: anche lei ama il nord Europa, la sua cultura soprattutto quella antica come l’inglese prima di Shakespeare. Vuole leggere "le opere come sono state scritte".

Nasce un rapporto potente fra i due nonostante l’età e l’avversione della madre di lei, una borghese svizzera spaventata da quella relazione sempre sul filo. Saranno decenni nei quali la Kodama studia per essere gli occhi del poeta. E quando nel 1975 la madre di Borges muore, Maria ne diventa il doppio: giovane, spregiudicata, bella, intelligente, scrittrice piacevole di saggi e memorie, colta nella maniera che più piaceva a Jorge. E quindi indispensabile in giro per il mondo e nella casa-biblioteca di Baires per annotare, leggere, dirigere.

Il libro "è lo strumento più stupefacente per l’uomo, l’estensione della memoria e dell’immaginazione": Maria è ciò che lo sostituisce e quindi la vita stessa. Anche a costo di litigare con amici e colleghi che mal la sopportano, all’inizio perfino Mario Vargas Llosa. Il grande scrittore sposerà per procura la donna dopo averla fatta erede universale. Lui è in Svizzera per il tumore che lo ucciderà il 14 giugno 1986. Poche settimane prima, il 26 aprile, in Paraguay, Maria firma i fogli delle nozze. Adesso la dimenticanza del testamento rimette in circolo l’eredità Borges. Si parla già di spostare la tomba da Ginevra a Buenos Aires. L’ultimo affronto al grande vecchio, cieco solo dagli occhi.