Era il “Leone“ del giornalismo italiano

È morto a 79 anni Marco Leonelli, a lungo direttore dei quotidiani del gruppo Monrif. Fece crescere una generazione di cronisti

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di Leo

Turrini

Marco e Cinthya non si scambiarono nemmeno un bacio casto, eppure da quel loro fugace incontro nacque il figlio di una consapevolezza che si chiamava e ancora si chiama giornalismo. Al servizio del lettore, che poi saresti tu che per caso ti imbatti in queste righe. Nella seconda metà dei mitici Sixties, gli anni Sessanta del boom, Marco Leonelli era un giovane cronista innamorato della Notizia, con la maiuscola. Sentì dire che Cinthya Powell, moglie abbandonata da John Lennon, il mitico leader dei Beatles, si era rifugiata sulla riviera romagnola. Per dimenticare il marito fedifrago, precipitato tra le braccia di Yoko Ono. Ebbene, il cronista Leonelli, in un mondo senza telefonini e senza social e senza Internet, rintracciò la triste signora Lennon, la invitò a ballare e il giorno dopo, in esclusiva sul Resto del Carlino, raccontò amarezze e disillusioni della immalinconita compagna di danze.

Potrei fermarmi qui. Potrei fermarmi alla innocente testimonianza di uno speciale talento giornalistico. Ma farei un torto alla figura di Marco Leonelli e a quanto ha rappresentato, incarnato, vissuto.

Mi spiego, dribblando una apparente contraddizione. Ho citato un articolo del Leone, come nell’ambiente lo chiamavamo tutti. E però Marco in realtà ha sempre scritto poco, pochissimo. Per scelta, quasi per vezzo.

Nella modernissima (in)cultura dell’apparire, esisti solo se appunto “appari”. Tutti reclamano un quarto d’ora di celebrità, anche se nulla di serio hanno da proporre. È la civiltà incivile dei talk show, dei salotti tv, delle comparsate a tre palle un soldo.

Ecco, Marco Leonelli no. È stato un grande direttore del Carlino (tra il 1987 e il 1995) e di altre testate di questo gruppo senza mai pretendere il palcoscenico, lo status di “prima donna”, il rango fatuo di protagonista.

No. Leonelli confezionava il giornale pensando al lettore, non a se stesso. Se lo invitavano in televisione, nove volte su dieci non andava. Debbo disegnare la prima pagina, rispondeva brusco. Ed era vero: ai vecchi tempi, io ragazzo di bottega a mezzanotte lo incontravo ancora in tipografia. Lui mi guardava torvo e sibilava: cosa fai ancora qui, non ce l’hai una ragazza? Ma era contento, perché in fondo il suo e il nostro amore era il giornale.

Marco Leonelli ha insegnato tanto a tanti. Ha scoperto talenti, ha dato popolarità a questa e a quella “firma”, ha sempre concesso ad altri la luce della ribalta. Era generoso per natura: faceva il tifo per il Bologna dello scudetto e silenziosamente si riconosceva non già in Giacomo Bulgarelli, che pure fu suo amico fraterno, ma in Romano Fogli, oscuro quanto fondamentale uomo di centrocampo.

Da Attilio Monti al nipote Andrea, il centrocampista Marco è stato un punto di riferimento di questa azienda, di questa famiglia. Io non da solo gli sono debitore, anche di una sgridata che mi fece commuovere. Era il 1992 e Alberto Tomba, lo sciatore, entrò nel mito diventando il primo eroe dello sport a concedere il bis dorato alla Olimpiade. Io ero l’inviato e scrissi il pezzo per la prima pagina.

A mezzanotte squillò il telefono in albergo. Era il direttore, il Leone. Con voce severa, tuonò: "Sei un coglione". Mi venne il dubbio di aver sbagliato articolo ma per fortuna lui aggiunse: "Mi hai costretto a cambiare i caratteri di stampa in tipografia, se no il titolo ‘Tomba leggendario’ non ci stava. Adesso vai pure a dormire".

Ciao Marco. E grazie di tutto.

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