Mercoledì 24 Aprile 2024

Chiara Rapaccini: "Io ragazzina, Monicelli e i divi di Amici miei"

La compagna del regista, morto nel 2010, racconta un’unione lunga 30 anni: una figlia, le mie vignette e gli appartamenti divisi "Il suicidio? Oltre la farsa, Brancaleone era un guerriero. E lui non poteva accettare di finire in braccio a una badante"

Chiara Rapaccini in arte Rap, 66 anni, con Mario Monicelli, morto nel novembre 2010

Chiara Rapaccini in arte Rap, 66 anni, con Mario Monicelli, morto nel novembre 2010

Il viso femminile dice all’altro: "Esprimi un desiderio, ma tienilo dentro sennò non si avvera". Il profilo maschile risponde ad alta voce: "Voglio stare con te tutta la vita". Sarcasmo, cattiveria, stoccate, colpi di frusta. Affetto. Il mondo disegnato di Chiara Rapaccini, nome di battaglia Rap, si sintetizza nei personaggi che l’hanno resa famosa sul web per milioni di follower. Microstorie fulminanti riassunte in una sola vignetta, tratta rigorosamente dalla vita reale. La vita degli altri intercettata in treno, sull’autobus, nella coda del supermarket. E la vita propria. Quella di una ragazza di vent’anni che nel 1975 incontrò un uomo molto più grande di lei per età: Mario Monicelli. Lo scambio di battute nella vignetta non è puramente casuale. L’uomo e la donna sono Mario e Chiara, l’episodio è avvenuto in una notte di stelle cadenti tanti anni fa. In fondo lo sketch rappresenta una narrazione flash, acuta e universale della commedia umana. In primo piano c’è il complicato rapporto uomo-donna, che esce dalle strisce per farsi romanzo vero: Amori sfigati, pubblicato da De Agostini.

Anche il suo è stato un amore sfigato?

"Un pochino sì, capita a tutti di prendere quella piega in certi momenti. Ma fra me e Mario è stato soprattutto un amore bislacco, impossibile, folle, appassionato, ridicolo, unico. Assolutamente autentico".

Che cosa legava una teenager e un regista di sessant’anni, celebre e temuto, il maestro della commedia all’italiana?

"Avevamo lo stesso modo di pensare fuori dagli schemi, la stessa ironia. Anche se questo l’ho capito dopo. Quando ci conoscemmo non sapevo neppure chi fosse Monicelli".

Possibile? Davvero non conosceva l’autore de La grande guerra, I soliti ignoti, L’armata Brancaleone?

"Studiavo storia dell’arte, quello era il massimo della mia cultura. Io e i compagni di allora eravamo ignoranti e incoscienti, il cinema era una sala buia con patatine e popcorn. Carlo Vanzina, assistente di Monicelli, mi reclutò nel mucchio per fare la comparsa. Giravano Amici miei a Firenze".

C’era un cast straordinario: Tognazzi, Noiret, Adolfo Celi, Moschin, Duilio Del Prete. Non se n’era accorta?

"Mah, era divertente e basta. A metà giornata finivamo tutti, attori e lavoranti, a mangiare in trattoria. E lì parlavano solo di cibo, erano capaci di andare avanti per ore".

Come entrò in sintonia con Monicelli?

"Lui cominciò a scherzare provocandomi: non farai l’attrice perché davanti alla macchina da presa hai lo sguardo stupido. Gli risposi per le rime, questo gli piacque. Poi ho saputo che aveva detto lo stesso a Brigitte Bardot, sicché...".

Quando ci fu l’accelerazione?

"Una sera squillò il telefono di casa. Era lui. Chiese a mia madre: signora, posso portare a cena sua figlia? Mi chiusi in camera, non volevo. Però andai".

E poi?

"Finito il film continuammo a vederci. Era una bella amicizia, un fatto platonico, grandi passeggiate e grandi conversazioni. Gli davo ancora del lei. Una mattina, eravamo sul Lungarno, lo guardai: signor Monicelli, ma lei mi ama? Non so come mi era venuto".

Risposta?

"Restò qualche secondo in silenzio, era pensieroso. Alla fine disse solo: sì".

Il suo mondo cambiò in un secondo?

"Anche quello di Mario. Era sposatissimo, una seconda moglie e due figlie. Non era più un giovanotto".

Come la prese la sua famiglia?

"Annunciai che sarei andata a vivere con Monicelli a Roma. Mia madre stramazzò nel letto. Mio padre mi cacciò di casa. Erano genitori borghesi di stampo classico, a Firenze scoppiò uno scandalo".

Lei era realmente convinta di quel passo?

"Ero dentro un vortice. Fu una fuga di pirati, una storia rocambolesca. Noi come due picari".

Com’era passare dalle serate fra amici di liceo alle cene con i divi?

"A me del cinema non fregava niente, non mi rendevo conto. Però in certe occasioni mi sarei ammazzata: non sapevo che dire, come muovermi, che vestiti mettere. Erano tutti così intelligenti. Ci inseguivano i paparazzi, a Parigi ci fotografavano a cena assieme a Ferreri. Oppure con Mastroianni e la Deneuve. Lui le diceva indicandomi: non è adorabile?".

E Monicelli?

"Era sorridente e innamorato. Cercava di tranquillizzarmi: Chiara, vedrai che non ti mangiano".

Come andò la vita a due?

"Come tutto il resto: molto originale. Abitavamo nello stesso palazzo ma in due appartamenti diversi, uno sopra e l’altro sotto, dietro piazza Navona. Quarto e quinto piano senza ascensore".

Avete imitato Diego Rivera e Frida Kahlo?

"Come noi erano una coppia molto particolare, segnata dalla differenza di età. Vivevano separatamente in due case-studio unite da un ponte: una figata che piacque sperimentare".

La studentessa si ritrovò a fare la casalinga?

"Non era la mia vocazione. Una sera ero in cucina fra tegami e fornelli, Mario entrò e disse: mi intristisce vederti così, andiamocene in trattoria".

Era difficile stare accanto a un uomo del genere?

"Logico che facesse ombra, sono sempre stata un passo indietro. Ma mi sono laureata brillantemente in pedagogia. Volevo essere una artista e ci sono riuscita: faccio pittura, scultura, libri e illustrazioni per bambini. Insegno all’Istituto europeo del design. E ora scrivo romanzi. Mario mi ha sempre spronata, sentiva la responsabilità di stare con una donna molto più giovane. Voleva che crescessi senza padri accanto".

A proposito: come finì tra lui e suo padre?

"Amicizia e rispetto. Mi faceva ridere sentire Monicelli chiamarlo babbo, erano coetanei".

Quando nacque Rosa, vostra figlia, lui aveva 74 anni. Come reagì?

"Fu una giornata di grande confusione, lo presero per il nonno ma non si arrabbiò. Era commosso".

Che uomo era nel privato?

"Un comandante che aveva avuto un’educazione militaresca. Sentimentalismi e romanticismo non gli appartenevano. Ma il suo cinismo era una forma di autoprotezione, come il disincanto: un gioco di società fatto con amici simili a lui".

Un gruppo di persone molto speciali.

"Erano maestri di cui oggi sentiamo la mancanza, mai più incontrata gente così. Leggevano, studiavano, sapevano tutto: una scuola portentosa per chi aveva la fortuna di stare in mezzo a loro. Certe battute ti lasciavano senza fiato. Una volta scoppiò una rissa collettiva per l’avverbio onde: Mario e Furio Scarpelli, lo sceneggiatore, ingaggiarono una discussione senza fine".

Chi vinse?

"Finiva invariabilmente con una patta. Il piacere stava nel contraddittorio: erano molto infantili. E del resto la loro vita era il cinema, una cosa finta, fatta di cartone".

Quanto è durata la vostra storia?

"Più di trent’anni. Ci siamo lasciati e ripresi molte volte, io facevo scenate e lui leggeva il giornale. Non ci siamo persi neppure quando non stavamo più insieme".

Com’è stato l’ultimo incontro?

"Aveva un cancro alla prostata da molto tempo. Entrai nella sua stanza, lo accarezzai e gli chiesi: Mario, perché non siamo stati una coppia normale?".

E lui?

"Mi disse: accetta ciò che sei, non desiderare mai di essere altro da te".

Monicelli è morto nel 2010, a 95 anni, lanciandosi dal quinto piano dell’ospedale dov’era ricoverato. Un gesto imprevedibile?

"È stato il regista della sua vita e della sua morte. Oltre la farsa, Brancaleone era un guerriero. Non poteva accettare di finire in braccio a una badante".

 

 

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