Amore e lotte operaie nella Fabbrica dei sogni

Il caso della Gkn di Campi Bisenzio diventa un romanzo. Dai licenziamenti alla cooperativa, il risveglio collettivo guidato dalla “working class“

Amore e lotte operaie nella Fabbrica dei sogni

Amore e lotte operaie nella Fabbrica dei sogni

di Valentina

Baronti

È passato un anno da quel 9 luglio e Agata è ancora lì, in fabbrica. Per l’anniversario dell’inizio dell’assemblea permanente era stato organizzato un concerto davanti ai cancelli e questa volta aveva alzato la mano: si era segnata nel gruppo dell’accoglienza. Aveva passato la mattina a spostare cibo, casse d’acqua e fusti di birra, aveva conosciuto nuove persone, scherzato con chi era più in confidenza, pranzato insieme agli altri nella sala mensa. Qui uno degli operai si era alzato per ringraziare i colleghi della Rsu, per l’impegno e il tempo speso nella vertenza, e uno dei solidali si era alzato a sua volta, per ringraziare tutto il Collettivo di fabbrica per quell’anno di speranza. Una giornata di emozione pura: esaltazione e paura, solitudine e senso di appartenenza, entusiasmo e depressione.

Finito il proprio turno, Agata si siede sul marciapiede ad aspettare l’inizio del concerto. Pensa all’ultimo anno e a tutto quello che è successo, alla forza e alla fantasia di questi operai che, ogni volta che si trovano sotto attacco, escono dall’angolo e tirano la palla sempre più lontano, obbligando tutti a correre per andare a riprenderla. Come Davide contro Golia, come i Maneskin che vincono Sanremo. La serata finisce a notte fonda, con un corteo improvvisato, i cori, i tamburi, le risate scomposte di chi aveva alzato un po’ il gomito e Agata che rimane un po’ in disparte, a guardare. Poi passa un solidale e le dice: "Vieni, andiamo in corteo da rotonda a rotonda".

"È passato un anno e io ancora oggi li guardo e mi chiedo: da dove sono usciti questi?". Ridono e si incamminano dietro lo striscione "Insorgiamo", cantando Occupiamola, la canzone simbolo della lotta, in una situazione surreale e folle, alle due di notte, in mezzo alla strada tra il centro commerciale e la fabbrica. Più che Davide, Agata si sente un personaggio dell’armata Brancaleone. Torna a casa che è quasi mattina, ma non riesce a dormire. Ripensa a quell’anno di cambiamenti e rivoluzioni, esterne e interiori. Quasi si vergogna per quello che è stata prima, per la sua incapacità di reagire alle sopraffazioni, nei tanti lavori precari che ha fatto da quando si è diplomata. Questa è la fabbrica: non solo la lotta per 500 posti di lavoro, ma una gigantesca presa di coscienza collettiva. Agata non è mai stata una tipa coraggiosa, ha sempre ceduto alla tentazione di scappare dai problemi, di adattarsi, di farsi piacere anche ciò che più la faceva soffrire. Sul lavoro aveva accettato tutto, sempre attenta a costruirsi l’immagine di quella che ha voglia di fare, che non si alza dalla sedia finché non ha finito, che si prende sulle spalle tutto, anche quello che gli altri non avevano voluto fare. Magari sentendosi per questo diversa, migliore. Se poi la situazione diventava insostenibile, se ne andava, cercando un altro posto in cui farsi sfruttare.

Ora però inizia a farsi delle domande: che lavoratrice era? Era capace di reagire? Si era adattata a quel mondo di competizione, di guerra tra poveri per emergere sull’altro e garantirsi il rinnovo del contratto. Per rimanere poi lei stessa vittima di questo sistema il giorno in cui non avevano più bisogno di lei. Quante volte era successo? Moltissime, ma ogni volta pensava che sarebbe stato diverso, che in fondo dipendeva da lei. Invece no, li hanno fatti bene i calcoli i padroni! Digli che sono bravi, indispensabili, falli trottare, fagli credere che quel lavoro è il loro destino, che devono dare il meglio di sé. Ma questa volta no. La fabbrica ha squarciato il velo e, nel momento in cui Agata sul lavoro ha cominciato a pretendere rispetto e riconoscimento, si è accorta che l’unico modo per averlo è cercare la strada per avere un po’ di stabilità e uscire da quel precariato tossico in cui ha vagato almeno vent’anni: si iscrive ai concorsi pubblici, che nel frattempo erano ripresi dopo anni di blocco delle assunzioni, e anche se il diritto amministrativo non è proprio la materia che avrebbe portato volontaria all’esame di maturità, non ha difficoltà a entrare nelle graduatorie e a essere assunta.

Finisce in un ufficio pubblico con il livello più basso. Mette definitivamente i sogni in soffitta e inizia un lavoro burocratico che non avrebbe mai pensato di fare nella vita. Passa la maggior parte del suo tempo in attività monotone e si chiede se quel prezzo ne valga la pena, se è davvero la vita che vuole. Però intanto va avanti e piano piano si rende conto che è più rilassata di prima. Entra sorridendo, scherza con le colleghe e durante le pause parla con loro di tutto, dalle cose intime alla politica: si confidano e si confrontano, si scambiano libri e consigli di film. Insomma, hanno una relazione sociale. Un cambiamento legato al fatto di non subire più il ricatto del contratto in scadenza. Non vede più nei colleghi dei potenziali rivali. E forse è la fabbrica ad averglielo insegnato, perché osservando la forza di quel gruppo vede con chiarezza che in ogni lavoro può sentirsi a casa solo se rivendica i propri diritti e se fa della lotta un percorso di crescita, non solo personale ma anche collettivo, condividendolo con chi lavora insieme a lei.

È così che smette di sentirsi sola. Anche in fabbrica, dove non ha amici ma si sente comunque parte del gruppo. Qualcuno la chiama una famiglia, ma lei pensa che sia molto, molto di più. È un sogno e a volte Agata si chiede se stia accadendo davvero, come quando la cercano per fare qualcosa e lei pensa sempre che abbiano sbagliato persona. Un po’ come la nonna, che quando la chiamavano signora si girava e diceva: "Pensavo diceste a quella dietro, io non sono una signora, sono una contadina". E rideva.

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