Giovedì 23 Maggio 2024

Rafah con il fiato sospeso. La trattativa non si sblocca. Israele alza la pressione

Almeno venti morti nel raid dell’esercito ebraico, che controlla il valico. Delegazioni di Tel Aviv e Hamas al Cairo. Netanyahu: no alle loro proposte.

di Aldo Baquis

TEL AVIV

Con una manovra repentina, carri armati israeliani hanno assunto ieri il controllo del versante palestinese del valico di Rafah con l’Egitto e di conseguenza israeliani e palestinesi sono adesso di fronte ad un nuovo critico bivio. Da un lato la operazione militare israeliana, finora limitata, può assumere in seguito dimensioni molto più vaste con ripercussioni umanitarie gravi fra le masse di sfollati palestinesi e con nuove tensioni fra Israele, da un lato, ed Egitto e Stati Uniti dall’altro. Ma dall’altro canto il blitz di Rafah potrebbe anche aver messo sotto pressione Hamas (così almeno pensa il premier Benjamin Netanyahu) e dunque potrebbe favorire l’esito dei colloqui per un cessate il fuoco e per uno scambio di prigionieri, ripresi al Cairo. Malgrado l’ingresso dell’esercito israeliano alla periferia di Rafah, Hamas ha deciso di proseguire i contatti e secondo un portavoce degli Stati Uniti "le posizioni delle due parti sembrano avvicinarsi".

Finora l’operazione israeliana riguarda due brigate della Divisione 196 che sono penetrate di alcuni chilometri chiudendo il valico di Rafah (principale via di rifornimento di aiuti umanitari per la Striscia) ed entrate nella vicina Dahanya dove un tempo sorgeva l’aeroporto Arafat, da anni in macerie. Si tratta di una zona poco abitata e già sfollata da migliaia di palestinesi. Sul versante israeliano del confine un’altra Divisione è pronta a scendere in campo, se ce ne fosse bisogno. Un portavoce militare ha spiegato che si tratta di una ‘operazione anti-terrorismo’ volta a demolire le strutture di Hamas, che ha schierato sul posto quattro battaglioni.

"L’ingresso a Rafah – ha affermato Netanyahu – serve a due obiettivi principali della guerra: il recupero dei nostri ostaggi e l’eliminazione di Hamas. La pressione su Hamas è una condizione necessaria per recuperare i nostri ostaggi". "Hamas – ha aggiunto il ministro della Difesa Yoav Gallant – comprende solo il linguaggio della forza". L’operazione, ha avvertito, proseguirà "o fino all’eliminazione definitiva di Hamas a Rafah, o fino al ritorno del primo ostaggio". Ossia: Hamas può fermare i blindati israeliani se al Cairo rivedrà le proprie posizioni negoziali.

Netanyahu ha ribadito che le posizioni espresse da Hamas "sono molto distanti" da quanto Israele ritiene necessario per la propria sicurezza. I suoi delegati al Cairo sono stati incaricati di farlo presente anche ai mediatori di Egitto, Qatar e Usa che pure negli ultimi giorni avevano espresso cauto ottimismo. Due i punti dolenti, nell’ottica israeliana: il primo è il rifiuto di accettare la proposta di Hamas che nella prima di tre fasi dell’accordo vengano restituiti "ostaggi vivi assieme con i corpi di ostaggi morti", mentre altri ostaggi vivi resterebbero per altri mesi a Gaza, per la fase successiva. Il secondo problema riguarda assicurazioni – che Hamas avrebbe ricevuto dagli Usa, secondo il suo dirigente Halil al-Haya – che la fine della terza fase (a 120 giorni dall’inizio dell’esecuzione dell’accordo) significherebbe la fine della guerra. "Israele non consentirà a Hamas di ricreare a Gaza il suo regime scellerato", ha ribadito Netanyahu.

Ma Israele non può nemmeno perdere di vista le necessità di Egitto e Stati Uniti, due Paesi che hanno puntato forte sul successo delle trattative. L’Egitto segue con viva preoccupazione i movimenti delle forze israeliane che dal valico di Rafah potrebbero spingersi sull’Asse Filadelfia, in direzione del Mediterraneo, per neutralizzare i tunnel di contrabbando di Hamas. Gli Usa seguono con analoga apprensione le ripercussioni umanitarie dei valichi di Rafah e di Kerem Shalom e si oppongono ad una estensione delle attività militari israeliane in quella zona. Per chiarire meglio la propria posizione, l’amministrazione ha intanto discretamente congelato l’iter al Congresso relativo ad una fornitura di armi ad Israele per un valore complessivo di 260 milioni di dollari.