Crisi nel Mar Rosso, l’ammiraglio Di Paola: "Rotta chiave per l’Italia difesa da due fregate. Sì alla missione dell’Ue"

L’ex ministro della Difesa: il nostro Paese deve muoversi nel quadro europeo. La Fasan e la Martinengo possono reagire agli attacchi dei miliziani"

“L’Italia ha un interesse primario ad assicurare la libertà di navigazione nel Mar Rosso. È un interesse strategico per il nostro Paese. È un dato di fatto che quella rotta, per il nostro traffico commerciale e il nostro benessere economico, è una rotta chiave. Qua ci sono due principi fondamentali che vanno fatti rispettare: la libertà di navigazione in acque internazionali e l’interesse legittimo di Paesi come l’Italia che si basano sul commercio, che viaggia sostanzialmente via mare. E quindi abbiamo fatto bene a mandare le fregate Fasan e poi Martinengo, che sono tra quelle giuste per un impiego di questo tipo, ma teniamo presente che sarà un impegno che sarà anche lungo". Così l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, già Capo di stato maggiore della Difesa, presidente del comitato militare della Nato e poi ministro della Difesa.

Ammiraglio Di Paola, le due fregate italiane operano al di fuori della missione a guida americana. Una scelta giusta?

L’ammiraglio Giampaolo Di Paola con l’ex premier Mario Monti
L’ammiraglio Giampaolo Di Paola con l’ex premier Mario Monti

"È il frutto di valutazioni di carattere politico generale. Credo che la riflessione fatta abbia portato ad attendere la creazione di una missione navale europea, della quale si sta discutendo. Se come pare nascerà una missione Ue è una scelta naturale parteciparvi, ma tenga conto che una missione europea si coordinerebbe strettamente con la missione a comando americano. Quindi dal punto di vista operativo sarebbe sostanzialmente indifferente operare sotto coordinamento europeo o americano. Da un punto di vista politico la nostra collocazione nell’Ue ci porta naturalmente ad operare prioritariamente in un quadro europeo. E va bene così".

Si dice che la missione europea dovrebbe avere tre navi. Crede che bastino?

"Tre mi pare il minimo indispensabile, forse sarebbe opportuno qualcosina in più, considerando la vastità dell’area potenziale di impiego, se la zona che si decide di proteggere non è solo la parte meridionale del Mar Rosso. Ma teniamo presente che la missione europea opererebbe in maniera tatticamente integrata con la missione a comando americano, quindi sarebbero tre navi da sommare alle altre".

Attualmente le fregate italiane nel Mar Rosso che regole di ingaggio hanno? Possono rispondere ad attacchi contro di loro?

"Possono intervenire per autodifesa, ma anche in caso di attacchi ad altre unità della coalizione oppure a mercantili in transito nella zona operativa della nave italiana. Siamo lì per difendere il traffico mercantile che transita in quella zona e che porta ricchezza al nostro Paese, a prescindere se la nave sia di un armatore italiano, o francese o greco. Si difende la libera navigazione, un principio sul quale si basa l’economia mondiale".

Come valuta l’arsenale missilistico degli Houthi?

"È un arsenale certamente insidioso, di matrice iraniana. Ora, nessuno può garantire il 100% di protezione dalla minaccia, ma l’arsenale Houthi è decisamente contrastabile, come hanno dimostrato fino ad adesso le navi, in primis americane, che operano nell’area".

Una missione contro gli Houthi comporta fatalmente la necessità di attacchi a terra come quelli condotti dagli angloamericani?

"Non necessariamente. L’attacco a terra fatto dagli americani e dagli inglesi è stato un modo per mandare un segnale forte agli Houthi. Se poi questo segnale di deterrenza sarà efficace, vedremo. Quanto alla nostra partecipazione ad attacchi a terra è chiaro che ci sono delle azioni militari, azioni offensive, che in Paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono più fattibili, mentre in Italia e in altri Paesi europei lo sono molto meno".