Facebook, Zuckerberg: "Pronti a pagare più tasse"

A patto che esista un quadro chiaro per la 'digital tax'

Il fondatore di Facebook e Mark Zuckerberg (Ansa)
Il fondatore di Facebook e Mark Zuckerberg (Ansa)

New York, 16 febbraio 2020 - Donald Trump rimane profondamente contrario e minaccia rappresaglie per proteggere i suoi colossi digitali. Il presidente francese Emanuel Macron già colpito dai dazi Usa per i sussidi all’Airbus frena e congela l’applicazione della digital tax in attesa che la 'Organization for Economic Co-operation and Development', OSCE, metta a punto la sua 'riforma fiscale globale'.

Mark Zuckerberg, il padrone di Facebook a sorpresa da Londra e da Monaco dove ha partecipato ieri al "summit sulla sicurezza" compie un primo passo in avanti dicendo: "Capisco che ci sia frustrazione per come le Big Tech sono tassate in Europa, ma noi appoggiamo la riforma e crediamo sia necessaria, anche se questo comporterà un incremento del prelievo fiscale nei nostri confronti in base ad un nuovo quadro. Anche noi vogliamo una riforma fiscale globale".

In altre parole Zuckerberg è pronto a pagare più tasse dagli Stati Uniti a condizione che esista un quadro chiaro per la 'Digital tax' non appena la commissione avrà elaborato la sua proposta che ha come termini di scadenza i primi di luglio. Il fondatore di Facebook non ha fatto riferimento ad una precisa "aliquota fiscale di gradimento", limitandosi a dire che "Facebook ha sempre pagato le tasse dove doveva" e negli ultimi 5 anni il suo colosso ha versato circa il 20% come prelievo complessivo.

Secondo i dati inglesi però nel 2018 Facebook ha pagato al Regno Unito solo 32,2 milioni di dollari contro un ricavo complessivo di oltre 2 miliardi di dollari. Gli intricati 'Cross Border Tax Rules', i dazi transnazionali richiesti da ben 137 stati, diventeranno adesso una gara contro il tempo. Tutti sono convinti che non sia un vantaggio per nessuno avventurarsi in una sanguinosa guerra internazionale per stabilire i prelievi sui servizi digitali, senza avvantaggiare i paesi furbetti come l’Irlanda o l’Olanda o altri cosiddetti "paradisi fiscali" che hanno fatto da "scudo legale" per anni a queste grandi corporation.

Donald Trump, riducendo dal 35% al 21% per cento le tasse per le corporation che hanno ammassato capitali all’estero, ha lanciato un forte invito al rientro dei capitali. L’Europa intanto con la commissaria al digitale e alla competizione Margrethe Vestager e il commissario del mercato interno Therry Breton si preparano ad annunciare tra poche ore un "singolo modello europeo per Data Market che dovrà fronteggiare il dominio dei giganti Usa come Google, Facebook e Amazon". Non è un caso se nello stesso momento si è aperta un’altra serrata discussione sul “pagamento” dei contenuti che i grandi colossi del Web stanno "succhiando liberamente" a scapito dell’espansione e dei profitti delle aziende editoriali. Se Zuckerberg si presta a fare da battistrada accettando una maggior responsabilità fiscale a nome di Facebook, è il segnale che forse anche altri sono pronti a farlo considerando che un muro contro muro fra corporation e governi nel pianeta del web e dei social potrebbe portare a limitazioni e restrizioni molto preoccupanti e dannose per tutte le parti.