Cop28, il summit sul clima: obiettivo ridurre i gas, ma Xi e Biden non ci sono. Più aiuti ai Paesi poveri

I partecipanti sono 70mila, un controsenso per l’inquinamento prodotto. Nei prossimi giorni arriveranno le correzioni per limitare le emissioni

I leader dei due Paesi responsabili della maggior parte delle emissioni di gas serra – Xi per la Cina (31% del totale) e Biden per gli Stati Uniti (13%) – non ci saranno. Il Papa che sarebbe voluto venire per dare una sferzata morale alle trattative è stato trattenuto a Roma per un acciacco. E il presidente della conferenza è quel Sultan al Jaber, presidente della società petrolifera di uno dei grandi Paesi produttori di idrocarburi.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, atterrata ieri all’aeroporto di Dubai
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, atterrata ieri all’aeroporto di Dubai

Se questa è la realtà della Cop 28, ventottesima edizione delle conferenze mondiali sul clima, apertasi ieri a Dubai, il combinato disposto dice che attendersi una qualche risultato significativo sarebbe molto ma molto ingenuo. I settantamila partecipanti tra delegazioni, media e osservatori – un gigantismo inutile che è ambientalmente un controsenso e complica le trattative – fino al 12 dicembre (o molto probabilmente al 13) tenteranno di far fare qualche timido passo in avanti. Ma ancora una volta la distanza tra il necessario, il fattibile e quel che si fa è eclatante.

Nonostante il riscaldamento rispetto all’epoca preindustriale abbia già raggiunto i 1.15 gradi e ci siano ormai solo 5-6 anni di emissioni di Co2 (a 55 gigtonnellate anno, dato da sempre in crescita escluso il 2020, anno del Covid) per superare l’obiettivo ideale fissato dalla conferenza di Parigi nel 2015 (non superare gli 1.5 gradi rispetto all’epoca preindustriale) i Paesi promettono e fanno troppo poco.

A Dubai ci sarà il tanto atteso global stocktake, il bilancio di quanto fatto e di quanto servirebbe che darà il risultato che tutti conoscono da anni: occorre fare di più. Il problema è che questo di più sarà solo e sempre – svolta decisa nel vertice di Copenaghen del 2009 che certificò il fallimento del necessario tentativo di fissare degli obblighi vincolanti – volontario. E quindi, nonostante il trend verso le rinnovabili sia ormai inarrestabile e nel medio termine vincente, inadeguato. "Per centrare l’obiettivo degli 1.5 gradi – dice l’Unep, l’agenzia mondiale per l’ambiente nel suo Emissions gap 2023 – le emissioni di gas serra dovrebbero scendere da qui al 2030 del 42% e del 28% per stare nei due gradi". Pura fantascienza in soli sette anni dato che sinora (a parte il 2020 a causa del Covid) nonostante 27 conferenze sul clima, sono sempre salite.

Di conseguenza la prospettiva indicata dall’Unep, è la seguente: nella migliore delle ipotesi l’aumento sarà di 2.5 gradi, altrimenti di 2,9 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Nella migliore delle ipotesi saremo quindi di mezzo grado oltre i due gradi fissati come valore massimo a Parigi. Un disastro.

A Dubai si cercherà di fare qualche passettino in avanti, dove fa meno male. Ieri ad esempio è stato raggiunto un accordo di massima sui dettagli operativi per il fondo loss and damages, perdite e danni, la terza gamba delle trattative climatiche dopo la mitigazione (le misure prese per ridurre le emissioni serra) e l’adattamento (gli interventi per prepararsi a eventi estremi) che fu istituito l’anno scorso a Sharm el Sheik per contribuire a compensare i Paesi vulnerabili. Decisione storica e opportuna, attesa da anni, ma senza i denti perché il fondo sarà finanziato da contributi volontari anziché obbligatori.

Madeleine Diouf Sarr, presidente del gruppo delle 46 nazioni tra le più povere al mondo, ha valutato la decisione con favore, per il suo "enorme significato per la giustizia climatica". Tuttavia, ha avvertito che "un fondo vuoto non può aiutare i nostri cittadini". Infatti, diversamente da quanto richiesto dai Paesi meno ricchi, quelli più sviluppati – guidati dagli Stati Uniti – hanno rifiutato di rendere i loro contributi obbligatori. E così si andrà avanti con la buona volontà di alcuni Paesi. I fondi che si raccoglieranno a Dubai dovrebbero essere circa 435 milioni di dollari, dei quali 245 dall’Ue e 75 dalla Gran Bretagna, 100 dagli Emirati Arabi, 10 dal Giappone e appena 5 milioni dagli Stati Uniti.

Sembra tanto, ma non lo è. La Adnoc, l’azienda petrolifera emiratina presieduta dal presidente di Cop 28, Sultan al Jaber ha fatto lo scorso anno utili per 802 milioni di dollari e il fabbisogno in loss and damages causati nei Paesi vulnerabili dal cambiamento climatici è già oggi superiore a 150 miliardi all’anno (e alcune stime parlano di 400 miliardi). Il fondo serve quindi a generare un po’ di fumo negli occhi e a dire che finalmente si sta facendo quel che serve. Il che, dal 1992 ad oggi, non è.