Milano, 12 gennaio 2018 - Annalisa Chirico, collaboratrice del Foglio e scrittrice (è appena uscito il suo libro «Fino a prova contraria») spesso ha assunto posizioni in contrasto con l’ondata di indignazione femminile seguita ai casi Weinstein e Brizzi.

L’ha sorpresa la lettera di Catherine Denevue in difesa del «diritto di provarci»?
«Era ora che in questo dibattito surreale si sentissero anche voci diverse da quelle delle vittime o presunte tali. La lettera dalla Francia ci libera dall’ondata puritana a stelle e strisce. Fin dall’inizio si è fatta una gran confusione che non ha reso giustizia all’immagine della donna. Si sono mescolati in un unico calderone le avance, le molestie, e i casi di vero e proprio stupro, dall’altra si è ritratta una donna eternamente vittima, come se non fossimo in grado di dire no».

Quali sono gli aspetti che l’hanno colpita di più?
«Le questioni decisive sono due. La prima riguarda la giustizia mediatica. Chi subisce violenza deve andare in Procura a denunciare. La donna che decide di tacere deve tacere per sempre. Non può passare l’idea che se abbiamo subito un abuso andiamo a dirlo a un giornale o in tv per distruggere la reputazione di una persona. Questa è una concezione vendicativa e tribale, che non può esistere in uno stato di diritto».

Il secondo aspetto?
«Il coté sessuofobico di una campagna mediatica che ha visto al Golden Globe le donne abbigliate di nero, magari le stesse donne che fino a pochi mesi fa facevano a gara per andare ai party di Harvey Weinstein. Si tratta di una gigantesca ipocrisia che vuole castrare il maschio, senza comprendere che il corteggiamento è fatto anche di insistenze. Non possiamo criminalizzare il maschio che ci prova magari anche in modo maldestro o grossolano. Esistono i maschi porci, ma non è detto che siano anche orchi».

Qual è il limite che non si può oltrepassare?
«Se io posso dire di no allontanando la mano dell’uomo che la mette sul ginocchio, oppure sottraendomi al tentativo di baciarmi, non c’è nulla di penalmente rilevante. Se invece la tua volontà viene coartata fisicamente siamo di fronte a casi di violenza sessuale».

Il caso del ricatto ‘Se vieni con me ti faccio fare un film’ è comunque moralmente riprovevole?
«Il ricatto non coarta la volontà. Purtroppo la vita è fatta di occasioni mancate, di do ut des, di gente che ti propone qualcosa per avere in cambio altro. Però tu donna sei sempre libera di scegliere. A me non interessa l’aspetto moralmente riprovevole: ognuno di noi ha un metro di giudizio che cambia in base ai tempi e alle società. Questa campagna produrrà danni incalcolabili nei rapporti tra uomini e donne».

Cosa immagina?
«Woody Allen ha fatto una battuta: ‘Da domani gli uomini prima di salire in ascensore con una donna chiameranno l’avvocato’. Il maschio occidentale del 2018 va incontro a un processo di femminilizzazione progressiva. Se noi criminalizziamo il sacrosanto diritto di provarci ci troveremo con un maschio sempre più disorientato. Oggi la virilità è una categoria mortificata e vilipesa».

E questo è un male?
«Virilità non è sinonimo di violenza. L’impulso sessuale di per sé è potenzialmente aggressivo. La natura deve essere libera di esprimersi senza queste convenzioni sociali ispirate al politicamente corretto».