Cina: maxi svalutazione yuan (Ansa)
Cina: maxi svalutazione yuan (Ansa)

Milano, 12 agosto 2015 - NON PIÙ di quattro giorni fa, i dati allarmanti sul commercio internazionale (-8,3% l’export a luglio; -8,1% le importazioni, in calo per il nono mese di fila), la domanda interna e i prezzi alla produzione, ai minimi dal 2009, avevano fatto dire a qualche analista che ora sarebbero cresciute le pressioni sulla Banca centrale cinese per lasciare lo yuan (o renminbi) libero di deprezzarsi. Ma tutti chiosavano che difficilmente la People’s Bank of China avrebbe ceduto immediatamente. E invece ieri la mossa a sorpresa dei banchieri centrali di Pechino: yuan svalutato di quasi il due per cento (1,9%, per l’esattezza) nei confronti del dollaro Usa. «Un aggiustamento una tantum», si è giustificato l’istituto, una misura che dà fiato all’economia. «Forse la situazione economica della Cina è più grave di quanto immaginiamo e di quanto non dicano i numeri ufficiali, già pesanti», commenta Alberto Forchielli, fondatore di Mandarin Capital Partners e presidente dell’Osservatorio Asia.

SE DA UN LATO la bolla delle Borse cinesi a luglio era tutto sommato scontata, così non è stato per la svalutazione dello yuan, la maggiore dal 1994, quando fu introdotto il sistema moderno dei tassi di cambio. E infatti tutte le principali piazze finanziarie hanno reagito chiudendo in rosso, con forti perdite soprattutto per i titoli del lusso. Ma Forchielli invita a non allarmarsi: «È vero che la Cina è il primo mercato al mondo per il lusso, ma i 4/5 comprano al di fuori del Paese. Casomai il settore ha sofferto per le norme più rigide del nuovo regime, che vuole un cinese ‘più sobrio’, che non ostenti ricchezza». Né Rolex, né borse griffate, né auto da ricconi.
Insomma, se è vero che i nostri brand del fashion, molto esposti sui mercati asiatici, hanno archiviato sedute negative ieri in Borsa, l’Italia – aggiunge Forchielli – non ha troppo da temere. «Esportiamo poco in Cina e con la svalutazione cala il prezzo del petrolio e delle materie prime. Abbiamo solo da guadagnarci». Da perdere hanno piuttosto i colossi industriali statunitensi o tedeschi (la Germania è l’unico Paese europeo che davvero investe ed esporta – auto – in Cina).

CERTO, la mossa di Pechino, appunto perché imprevista, non è indolore. «Svalutare è un’ammissione di debolezza», dice il presidente dell’Osservatorio Asia. Cosa possa accadere è difficile dirlo.
Nonostante i divieti specifici (ma facilmente aggirati) ai movimenti di capitali, c’è il rischio di una ‘fuga’ repentina: «I cinesi potrebbero scappare dallo yuan. I capitali erano affluiti perché la moneta era percepita come forte». Pechino vorrebbe che il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) includesse la sua moneta nel paniere delle valute di riferimento, riconoscendo allo yuan-renminbi uno status globale come il dollaro, l’euro, la sterlina o lo yen. Il deprezzamento improvviso cambia le carte in tavola. «Una ridimensionata ci voleva. Ma non mi sento di minimizzare», conclude Forchielli.