Tutti contro Stellantis: "La produzione resti qui". Ma il governo glissa sull’ingresso nel capitale

Dalla politica ai sindacati cresce la richiesta che lo Stato investa nell’azienda come fa Parigi. L’ironia di Giorgetti: meglio Ferrari. I conti: per essere pari ai francesi servirebbero 6 miliardi

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Roma, 2 febbraio 2024 – Almeno a parole sono tutti dalla stessa parte: governo, partiti di maggioranza e partiti di opposizione, sindacati. Tutti a respingere le non tanto velate minacce dell’ad di Stellantis Carlo Tavares sul ridimensionamento della produzione e dell’occupazione negli stabilimenti italiani della multinazionale della famiglia Agnelli in assenza di incentivi e aiuti. E tutti, sia pure con toni differenti, a chiedere o ipotizzare la convocazione dei vertici del gruppo italo-francese da parte di Giorgia Meloni, anche nell’ottica di una partecipazione diretta dello Stato italiano (che oscillerebbe tra i 4 e i 6 miliardi di euro) nel capitale del gruppo, come ventilato dal ministro Adolfo Urso e come sollecitato a gran voce dal leader della Cgil, Maurizio Landini.

Anche se il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, si mostra cauto, al punto da avvisare ironicamente: "Lo stato in Stellantis? Io entrerei in Ferrari". Eppure, quando si passa sul terreno della polemica politica, si finisce per verificare che si scontrano anche coloro che sarebbero in apparenza d’accordo. A dare la linea del governo è sempre il ministro delle Imprese e del Made in Italy: "Se a dicembre la Volkswagen ha superato nelle vendite in Italia Stellantis – incalza – se i cittadini italiani hanno preferito acquistare un’auto prodotta all’estero piuttosto che una fatta in Italia, a fronte di condizioni di mercato e incentivi simili, il problema non è del governo ma dell’azienda".

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Non basta: "Negli scorsi anni – rileva – il 40% degli incentivi è andato a Stellantis, come è giusto che fosse, ma la metà di questi sono finiti a modelli prodotti all’estero e importati in Italia. Non può continuare così". E, del resto, lo stesso Urso ha spiegato più volte che il governo punta a attrarre in Italia un secondo produttore di auto, per il quale guarda al Nord America e all’Asia. I sindacati, a loro volta, chiedono, però, alla premier di convocare Tavares.

“Il governo convochi subito un incontro con Stellantis e con i sindacati perché c’è bisogno di definire le produzioni e di salvaguardare l’occupazione in tutti gli stabilimenti del nostro Paese", insiste il segretario della Cgil, mentre il leader della Cisl Luigi Sbarra ricorda a Tavares che "gli incentivi sono risorse pubbliche e non regalìe" e chiede al governo di farsi "garante di un patto tra istituzioni, impresa e sindacati sul rilancio del settore auto nel nostro Paese".

In campo scende anche la leader del Pd, Elly Schlein: "Il governo non può tacere di fronte alle minacce dell’ad di Stellantis sul futuro di Mirafiori e Pomigliano". Al centro dell’attenzione del mercato, però, c’è il possibile ingresso dello Stato nel capitale del gruppo italo-francese, una strada che appare però difficilmente percorribile anche perché gli scogli da superare sono molti: a cominciare dal "dove" comprare le azioni, dal costo dell’operazione e dalla volontà degli attuali azionisti. Stellantis, nata nel 2021 dalla fusione tra Fca e Psa, ha una capitalizzazione, ai valori attuali di Borsa, di 67 miliardi di euro.

Se il governo italiano oggi volesse acquisire una quota pari al 6,1% - uguale a quella che il governo francese detiene attraverso Bpi, l’equivalente della nostra Cassa Depositi e Prestiti - dovrebbe, quindi, pagare ai valori di Borsa attuali 4,1 miliardi di euro. Nel frattempo Bpi, che, come Exor e Peugeot, è azionista di lungo corso di Stellantis, dopo tre anni di possesso della quota, ha ottenuto di aumentare i diritti di voto in assemblea. Quindi oggi il governo francese ha un peso del 9,6%. Con lo stesso meccanismo Exor è salita al 23,13% e Peugeot all’11,1%. Vuol dire che per raggiungere il 9,6% il governo italiano dovrebbe arrivare a 6,4 miliardi di euro.

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