Stipendi italiani fermi a 30 anni fa (+1%), negli altri paesi Ocse sono cresciuti del 32,5. Cosa dice il rapporto Inapp

Tra gli altri problemi del mercato del lavoro italiano la mancanza di lavoratori e il boom di dimissioni: “La contrattazione collettiva non ha garantito l’aumento dei salari al pari degli altri paesi sviluppati”

Negli ultimi trent'anni gli stipendi in Italia sono rimasti fermi
Negli ultimi trent'anni gli stipendi in Italia sono rimasti fermi

Roma, 14 dicembre 2023 – Tra il 1991 e il 2022 gli stipendi degli italiani sono rimasti fermi, con una crescita trascurabile dell’1%: è questo il dato più allarmante del Rapporto Inapp (Istituto nazionale per l’analisi della politiche pubbliche) presentato oggi, che mette in evidenza come la “colpa” sia legata alla bassa produttività del lavoro, che però è in ogni caso cresciuta di più rispetto ai salari. E negli ultimi anni, la situazione è anche peggiorata: se dopo il 2020 in molti paesi europei si è assistito a una crescita delle paghe dei lavoratori, in Italia si nota una diminuzione. A incidere, in questo caso, sarebbe l’inflazione. Nella distribuzione del reddito emerge una caduta crescente della quota dei salari sul Pil e una crescente quota dei profitti (ormai stabilizzata su valori rispettivamente del 40% e del 60%).

Il presidente dell'Inapp, Sebastiano Fadda, mette in guardia sulla tenuta a lungo termine di questo modello, che dovrebbe essere sostituito da uno più solido, come il wage-led (basato sui salari), per via della crescita della domanda aggregata, che è in grado di alimentare un sentiero di crescita sostenuta. Un altro passo nella direzione giusta sarebbe l’introduzione del salario minimo, in quanto il sistema delle contrattazioni collettive si sarebbe dimostrato inefficace: “In Italia esse non sono state capaci di garantire tra il 1991 e il 2022 quella crescita dei salari reali che nella media dei Paesi dell'Ocse (quelli economicamente “sviluppati”) ha raggiunto il 32,5%”, ha spiegato Fadda.

Secondo l’Inapp, fenomeni tipici del mercato del lavoro italiano sono il labour shortage – la difficoltà dei datori nel coprire posti di lavoro vacanti, quindi la carenza di lavoratori – e le dimissioni, anche se, in questo caso, il 60% si licenzia perché ha trovato un altro impiego con condizioni migliori. A loro si aggiungono 3,3 milioni di persone (il 14,6% del totale degli occupati) che stanno pensando di dimettersi, ma aspettano di trovare altre fonti di reddito per affrontare questa scelta.

Sul fronte delle assunzioni c’è stato un calo – continua il rapporto: se nel 2021 i nuovi contratti sono stati 713 mila, nel 2022 sono stati appena 414 mila, e con una forte disparità tra uomini e donne (54% sul totale, contro il 46%). Dato positivo invece per le assunzioni dei giovani, che tornano a salire dopo gli anni della pandemia. 

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