Nel distretto fiorentino della moda hanno trovato casa le più grandi griffe del mondo. Si insediano in riva d’Arno forse anche perché Firenze è di per sé un marchio globale. Una città culla da decenni della moda, che vive di creatività e arte. Nel distretto fiorentino della pelletteria e calzature sono presenti tra gli altri il gruppo francese Kering con Gucci, quello inglese Burberry, Prada, Fendi, Ferragamo. Poi c’è chi, come Cèline del gruppo Lvmh, ha preferito sistemarsi nelle splendide colline di Radda in Chianti (Siena), nel cuore della Toscana.

Il motivo forse principale per cui i giganti della moda scelgono Firenze e le dolci colline che la accompagnano è la storica tradizione dei suoi artigiani, la manualità che si tramanda da secoli, quel sapere diffuso nelle botteghe, sul territorio, che trova poi espressione nelle eccellenze dei grandi marchi. Ora quel sapere rischia di svanire. Il serbatoio artigiano che alimenta le grandi griffe potrebbe prosciugarsi. La crisi innescata dal nuovo virus sta falcidiando le piccole imprese artigiane. Questo tessuto produttivo aveva consentito al distretto moda, dopo la crisi feroce del 2008, di risalire la china e costruire un decennio di crescita costante, poderosa, con esportazioni pari a circa l’80 per cento di quelle toscane del settore. In Toscana il settore moda dà lavoro a circa 130mila persone, quasi l’8 per cento degli occupati totali della regione. Nel manifatturiero la moda copre il 40% degli addetti con un valore aggiunto di 5,5 miliardi e vendite oltre confine per 15 miliardi.

Questo cammino vigoroso fatto di record ora potrebbe sgretolarsi. Proprio alla luce della crescita e della conquista di quote di mercato, tante aziende avevano fatto investimenti, in molti casi finanziati dal sistema bancario. Oggi a quei debiti dovranno aggiungere anche quelli ai quali si stanno aggrappando per sopravvivere, legati all’emergenza attuale. Dalla crisi per il virus usciranno quindi aziende indebitate e molte, proprio per le loro ridotte dimensioni strutturali, potrebbero non farcela a rialzarsi. "Il rischio che vada dispersa questa capacità, questo sapere di tante piccole imprese è reale – osserva David Rulli, presidente della sezione moda di Confindustria Firenze – Tante aziende hanno effettuato investimenti negli ultimi anni, ora si ritrovano sulle spalle anche i debiti contratti per l’emergenza virus".

Per questo è importante – aggiunge Rulli – favorire al massimo l’accesso alla liquidità di queste Pmi, protrarre gli ammortizzatori sociali il più a lungo possibile, concedere agevolazioni fiscali agli imprenditori e permettere loro di diluire il pagamento delle bollette. Le chiusure imposte dall’emergenza hanno colpito l’intera filiera andando a penalizzare di più proprio chi è più debole, ossia le piccole imprese, meno patrimonializzate e con più difficoltà di accesso al credito". Secondo una indagine della Cna di Firenze le piccole imprese del settore moda rispetto al 2019 vedono "crollare il loro fatturato del 57% e denunciano l’emergenza liquidità, tanto che il 95% di coloro che hanno presentato domanda di credito è ancora in attesa". Vanno aiutate, è l’appello della Cna, altrimenti chiuderanno.

Nella foto: una la sfilata di LuisaviaRoma nell’ambito di Pitti Uomo, lo scorso giugno