di Elena Comelli Dopo 15 anni di diatribe e di tentativi a vuoto, si è sbloccato il cantiere per dare all’Italia – entro marzo 2021 – una rete unica a banda larga. L’accordo fra Tim e Cassa Depositi e Prestiti per dotare finalmente il Paese di un’infrastruttura in fibra, mettendo a fattor comune la rete di Tim con la concorrente Open Fiber, è passato ieri sera nei cda delle due società. Il board di Tim ha dato vita anche a FiberCop, la società a cui verrà conferita la rete secondaria di Tim (al 58%), con l’ingresso del fondo americano Kkr (37,5%) e di Fastweb (4,5%). In un secondo momento anche la Cassa dovrebbe entrare...

di Elena Comelli

Dopo 15 anni di diatribe e di tentativi a vuoto, si è sbloccato il cantiere per dare all’Italia – entro marzo 2021 – una rete unica a banda larga. L’accordo fra Tim e Cassa Depositi e Prestiti per dotare finalmente il Paese di un’infrastruttura in fibra, mettendo a fattor comune la rete di Tim con la concorrente Open Fiber, è passato ieri sera nei cda delle due società. Il board di Tim ha dato vita anche a FiberCop, la società a cui verrà conferita la rete secondaria di Tim (al 58%), con l’ingresso del fondo americano Kkr (37,5%) e di Fastweb (4,5%). In un secondo momento anche la Cassa dovrebbe entrare nella nuova società, ma le modalità sono ancora da discutere. L’accordo si fonda sull’assegnazione del controllo della società unica della rete all’ex monopolista. Come contrappeso, Cdp avrà invece la maggioranza in cda, godendo di importanti poteri di veto. A Tim spetterà l’indicazione dell’amministratore delegato, che dovrà avere il beneplacito della Cassa. Viceversa per il presidente: sarà nominato da Cdp con il placet di Tim.

Resta il nodo della quota, pari al 50%, di Enel in Open Fiber, su cui la Cassa ha un diritto di prelazione, ma su cui si è fatto avanti il fondo australiano Macquarie. L’iter, però, si profila lungo. In particolare si dovrà superare lo scoglio dell’Antitrust, ma i fondi del Recovery Fund destinati alla rete di nuova generazione potrebbero dare la spinta giusta "per superare il digital divide su tutto il territorio nazionale in un’ottica di sistema e a contribuire allo sviluppo del Paese, con l’obiettivo di restituirgli competitività a livello globale", come ha detto ieri il presidente di Cdp, Giovanni Gorno Tempini. Tim dovrebbe poi avere in futuro il 50,1% di AccessCo, società che nascerebbe dalla fusione tra FiberCop e Open Fiber.

La creazione di una rete unica, che dovrebbe portare la banda larga nelle case di tutti gli italiani, arriva dopo anni di dibattiti a livello politico, industriale, finanziario. Tra i primi a proporre lo scorporo della rete di Tim, era stato nel 2006 il consigliere di Prodi, Angelo Rovati. Un progetto giudicato all’epoca scandaloso, che si concluse con le dimissioni di Rovati. Successivamente Francesco Caio, superconsulente del governo, aveva indicato l’ipotesi che la Cdp potesse acquistare il 51% della rete. Nello stesso periodo il tavolo Romani approdò a un nulla di fatto. Poi il governo Letta diede nuovamente mandato a Caio di preparare un piano sulla fibra. Sotto il governo Renzi si mise a punto il progetto ’Ring’ che prevedeva un graduale spegnimento della rete in rame e la creazione di una rete pubblica in fibra.

Nel 2016, in seguito a una battaglia tra Tim ed Enel per la società della fibra Metroweb vinta dal gruppo elettrico, si diede vita al concorrente di Tim nella rete in fibra, Open Fiber. Nel 2018-19 ritorna il totem della rete unica, con un accordo fra Tim, Enel e Cdp per valutare una combinazione delle rispettive reti, ma il progetto alla fine si è arenato. Ieri invece, complice l’emergenza di connettività avvertita durante il lockdown, alla rete unica è stata impressa un’accelerazione, anche da parte del governo.