Il comparto più interessato dal fenomeno del reshoring è quello dell’abbigliamento
Il comparto più interessato dal fenomeno del reshoring è quello dell’abbigliamento

Bologna, 15 febbraio 2020 - L’ora del rimpatrio. Dall’Italia all’estero – alla Cina, soprattutto – andata e ritorno. È il reshoring: aziende che vanno via soprattutto per abbassare i costi di produzione e che dopo qualche anno rientrano, ammettendo (almeno in parte) l’errore. Ci sono imprenditori italiani che decidono di riportare a casa le fabbriche, ma anche aziende a capitale straniero che rilocalizzano. Emblematico il caso di Candy: il colosso cinese Haier, proprietario dello storico gruppo di elettrodomestici, ha deciso di rimpatriare la produzione di lavatrici da incasso che la famiglia Fumagalli aveva portato in Cina, nel Guangdong. Salvando posti di lavoro e puntando su competenze e abilità che altrove non sono replicabili.

Intanto il governo italiano sta valutando misure per favorire le rilocalizzazioni: gli interventi, a partire da vantaggi fiscali – un’ipotesi è l’abbattimento dell’Ires –, potrebbero entrare nel decreto crescita bis che l’esecutivo sta preparando per la primavera. Con l’obiettivo, puntando sul cuneo fiscale, di accelerare un processo in corso già da qualche anno. Il report di Eurofund ‘Reshoring in Europe: overview 2015-2018’ dice che l’Italia è seconda nella classifica europea del reshoring: sono 39 i casi nel periodo analizzato, più della Francia (36) e cinque in meno della Gran Bretagna (44), che guida una graduatoria in cui la Germania, prima manifattura del continente, è solo sesta (17).

Da Prada e Benetton a Diadora e Piquadro, sono diversi i big italiani che hanno invertito la tendenza facendo rientrare produzioni che erano state delocalizzate. E c’è anche chi, come la Giesse Schlegel, azienda del gruppo inglese Tyman che realizza accessori per i serramenti in alluminio e che ha sede a Budrio, nel Bolognese, ha lasciato prima Spagna e poi Cina. Puntando sull’Italia, che sta diventando sempre più un paese di rientro: sono 167 le rilocalizzazioni complessive operate da 124 aziende, come testimonia l’indagine ‘Il reshoring manifatturiero in Italia’ condotta dal dipartimento di ingegneria industriale e dell’informazione e di economia dell’Università dell’Aquila. Il report parla di dato sottostimato, "perché alcune realtà non vogliono far sapere che sono tornate a produrre in Italia: significa ammettere di aver prima delocalizzato".

La sostanza è che diversi manager e imprenditori avevano deciso di seguire la strada del basso costo del lavoro. Poi la frenata e la strada del ritorno: in alcuni paesi lo scenario è cambiato (la Cina ha avviato un programma di riforme per alzare il livello delle retribuzioni), in altri i risultati si sono rivelati insoddisfacenti.

La prima motivazione alla base di un processo di reshoring è da ricercare nel cosiddetto effetto ‘made in’ (45,5%). Produrre nel paese d’origine porta vantaggi e spesso è anche una necessità, perché lo chiede il mercato e non sempre altrove si riesce a garantire lo stesso livello qualitativo. Vuol dire che da un’azienda italiana, in particolare dalle big della moda, ci si aspetta il made in Italy. E infatti nel manifatturiero sono tornate a casa soprattutto produzioni di fascia medio-alta.
L’abbigliamento è il settore con più rilocalizzazioni (39 su 167), ma il fenomeno riguarda anche altri comparti trainanti come la meccanica, l’elettronica e l’arredamento.

Il Veneto, secondo i dati dell’osservatorio ‘Reshoring manifatturiero’ dell’Università dell’Aquila, è la regione italiana con più rientri (52 decisioni prese da 38 aziende), seguono Emilia Romagna (28 casi), Lombardia (23) e Marche (13). "Il fenomeno – spiega il report – è più concentrato nel Nord Italia: uno scenario coerente con il livello di industrializzazione di quei territori, ma anche con il maggior ricorso alla delocalizzazione a partire dagli anni Ottanta e Novanta". La Cina è prima tra i paesi da cui le aziende sono tornate (55 casi), poi Romania (21) e Germania (11). Dall’Italia all’estero andata e ritorno: c’è chi si è pentito di aver lasciato la via vecchia per la nuova.