Cantiere manovra, dal Superbonus alle pensioni dei medici a 72 anni: tensioni e smentite

Sindacati dei camici bianchi in rivolta e il governo ritira l’emendamento. Sale ancora il costo del Superbonus: verso i 100 miliardi a fine anno. Forza Italia insiste per una mini-proroga che consenta di finire i lavori

Roma, 18 dicembre 2023 – Si vota ad oltranza per approvare in Commissione Bilancio il testo della manovra. Una maratona notturna cominciata, al Senato, poco prima di mezzanotte con l’obiettivo di rispettare la tabella di marcia, chiudendo entro oggi l’esame e far approdare la legge in aula entro il 20. Il voto di fiducia è previsto per il 22.

Tajani e Salvini
Tajani e Salvini

Tensione

Ma la tensione, anche all’interno della maggioranza, resta alta. Con Forza Italia che continua a battagliare per inserire una mini-proroga sui lavori del Superbonus. Proprio nel giorno in cui l’Enea ha certificato che il conto per le casse dello Stato si avvicina ai 100 miliardi. Ma non basta. Dopo i tagli sulle pensioni di medici, previsti nella prima versione della manovra, ieri, a sorpresa, era spuntato un altro emendamento che avrebbe aumentato fino a 72 anni l’età pensionabile dei medici dirigenti e docenti universitari, mentre per gli infermieri l’età resta a 70 anni.

La pensione dei medici

Secondo il ministro dei rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, si tratta solo di un’opzione in più, "un’esigenza oggettiva" dettata, come per i medici di famiglia, da "una carenza di medici sul territorio". Immediata la reazione dei camici bianchi: "È un insulto alla categoria, solo per salvare alcune lobby. Questa volta faremo le barricate e siamo disposti a indire nuovi scioperi da subito. Non si salva così la sanità pubblica", fa sapere subito l’Anaao Assomed, il principale dei sindacati dei medici ospedalieri. E in tarda serata, dopo che la tensione si era fatta pesante, il governo ha cambiato idea e ritirato l’emendamento: "Un argomento così importante – ammette Ciriani – a quest’ora rischia di essere oggetto di un dibattito troppo frettoloso, quindi il governo considera di ripresentarlo in un’altra occasione". Che il clima non sia dei più sereni, peraltro, lo conferma il fatto che oggi incrociano le braccia, per 24 ore, non solo i medici ma anche i veterinari e sanitari del Ssn: una protesta proclamata anche dalla Cisl e che mette a rischio circa 25mila interventi chirurgici.

Il Superbonus

Spunta anche un nuovo emendamento con l’obiettivo di snellire le procedure previste per la messa in sicurezza e il ripristino delle infrastrutture stradali nelle aree colpite dal sisma del 2016. Ma è sul Superbonus che si con centrano i riflettori. Scende in campo il vicepremier, Antonio Tajani, che spinge per far slittare la scadenza del 31 dicembre. Anche perché l’ipotesi alternativa, quella di inserire la norma nel decreto Milleproroghe, presenta oggettive difficoltà operative. Un tasto delicato. Il Mef non vuole sentirne parlare, e la stessa premier sottolinea che si tratta di una situazione "drammatica per i conti pubblici", un’eredità che può arrivare a 140 miliardi.

Tajani e Salvini

È lo stesso Tajani , però, a stemperare il clima e le polemiche nella maggioranza: "Il centrodestra è una quercia che non è cade". E sulla stessa linea si colloca anche l’altro vicepremier, il leader della Lega, Matteo Salvini: "Non è una di quelle alleanze di convenienza per cui al primo vento l’albero cade". I due, con Meloni, sono presenti insieme, con le mani unite in aria, ad Atreju, proprio per sottolineare la tenuta della maggioranza dopo 14 mesi non sempre tranquilli.

Il Mes

Il prossimo banco di prova per gli alleati rischia di essere la ratifica del Mes. In teoria è all’ordine del giorno della Camera martedì, ma in fondo a vari altri provvedimenti e si preannuncia l’ennesimo rinvio. "Come finirà lo deciderà il Parlamento. Io continuo a ritenere che sia uno strumento inutile, superato, se non dannoso, e non ho cambiato idea. Vediamo quando si vota", spiega Salvini. Dietro le quinte si lavora a clausole di salvaguardia per subordinare l’accesso al Mes a un voto a maggioranza qualificata in Parlamento. In sostanza, però, i leghisti vorrebbero far ricadere su Meloni la responsabilità di una ratifica che suonerebbe come un’inversione a U dopo anni di opposizione al fondo.

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