DOPO UN 2020 terribile nel quale si sono persi circa 27 miliardi di ricavi dai quasi 100 del 2019, il made in Italy del Tessile Moda e Accessorio ha rialzato la testa quest’anno con la progressiva uscita dalla pandemia che aveva fermato il mondo delle fiere e degli eventi (possibili solo online) ma anche le vie dello shopping e gli acquisti in boutique e centri commerciali. Secondo l’ultima ricerca del Centro Studi di Confindustria Moda infatti il primo semestre 2021 ha registrato una crescita complessiva del fatturato delle aziende rappresentate del 25,7% e un aumento degli ordini del 30,1%. Le vendite però restano inferiori ai livelli pre-Covid del 18,3% e l’export, seppure in ripresa del 32,2% sul 2020, è ancora in calo del 6% rispetto al 2019 mentre resta ancora elevato, sebbene in riduzione, il ricorso agli ammortizzatori sociali che nel secondo trimestre dell’anno ha riguardato il 65% delle imprese. "La crescita di circa il 26% del fatturato e del 30% degli ordini realizzata nella prima metà del 2021, seppure significativa – spiega Cirillo Marcolin, presidente di Confindustria...

DOPO UN 2020 terribile nel quale si sono persi circa 27 miliardi di ricavi dai quasi 100 del 2019, il made in Italy del Tessile Moda e Accessorio ha rialzato la testa quest’anno con la progressiva uscita dalla pandemia che aveva fermato il mondo delle fiere e degli eventi (possibili solo online) ma anche le vie dello shopping e gli acquisti in boutique e centri commerciali. Secondo l’ultima ricerca del Centro Studi di Confindustria Moda infatti il primo semestre 2021 ha registrato una crescita complessiva del fatturato delle aziende rappresentate del 25,7% e un aumento degli ordini del 30,1%. Le vendite però restano inferiori ai livelli pre-Covid del 18,3% e l’export, seppure in ripresa del 32,2% sul 2020, è ancora in calo del 6% rispetto al 2019 mentre resta ancora elevato, sebbene in riduzione, il ricorso agli ammortizzatori sociali che nel secondo trimestre dell’anno ha riguardato il 65% delle imprese.

"La crescita di circa il 26% del fatturato e del 30% degli ordini realizzata nella prima metà del 2021, seppure significativa – spiega Cirillo Marcolin, presidente di Confindustria Moda – non è sufficiente per recuperare le perdite del 2020, per cui dovremo attendere almeno il 2022 e il 2023 per assistere a una vera, decisa ripresa del settore". Se la pandemia ha inferto un duro colpo alle imprese del tessile-abbigliamento, degli accessori, dell’occhialeria, calzature, pelletteria e oreficeria – tutto ciò che fa parte dell’Italian style della moda che non ha perso il suo fascino nel mondo dove esporta il 70% – ha dato anche un’ulteriore spinta alla sostenibilità e alla digitalizzazione delle imprese della moda. Con una forte crescita dell’e-commerce che nel 2020 nel retail è passato da alternativa a necessità e ha registrato un significativo +22% sul 2019 passando per l’abbigliamento da 3,3 a 3,9 miliardi di euro di vendite attraverso i portali dedicati dei brand eo le grandi piattaforme online da quelle generaliste come Amazon a quelle specializzate come Zalando. E proprio la digitalizzazione delle imprese insieme con la sostenibilità fa parte, ricorda Marcolin, dei sei punti che Confidustria Moda – che rappresenta oltre 65mila imprese e 600mila addetti – ha condiviso nel patto siglato con i sindacati e presentato al governo Draghi per lo sviluppo e il sostegno a uno dei settori chiave della nostra economia, anche alla luce dei programmi e degli investimenti che metterà in moto il Pnrr.

Quanto è importante la digitalizzazione e quindi il nuovo modo di approcciarsi al mercato, a partire dall’e-commerce, per le aziende della moda?

"La pandemia ha imposto e accelerato i cambiamenti anche per le nostre imprese, spesso di piccole o medie dimensioni, che sono tutte chiamate a rivedere i processi produttivi e i prodotti sia per la transizione digitale sia per quella ecologica".

Un percorso non facile?

"È un percorso che richiede grandi investimenti, un cambiamento culturale e soprattutto l’ingresso in aziende di nuove figure professionali, a partire dai giovani, orientate ai temi della digitalizzazione e della sostenibilità. Figure per cui sarà fondamentale anche investire sempre di più nella formazione professionale che ha fatto la differenza nel corso degli anni, permettendo alle nostre aziende di avere una posizione di leadership internazionale. Oltre alla formazione abbiamo chiesto al governo di aiutarci nell’ottica di un’economia circolare, di investimenti importanti in industria 4.0, di sostegno pubblico per migliorare la conciliazione dei tempi tra la vita privata e il lavoro, soprattutto per l’apporto femminile preponderante nel nostro comparto".

Digitalizzazione significa che il retail della moda sarà sempre più virtuale e meno fisico?

"Convivranno entrambi. Il nostro settore vede una maggioranza di imprese di piccole dimensioni, con fatturati tra i 2 e i 5 milioni di euro e una media di 15 dipendenti. Aziende che non hanno la struttura patrimoniale e finanziaria necessaria per affrontare le nuove sfide del futuro, a partire dall’innovazione tecnologica e la sostenibilità, e sostenere la crescita dimensionale - per cui è necessario pensare a collaborazioni, fusioni, accordi di rete - senza incentivi dal governo. Sappiamo però che dovremo sollecitare le imprese a investire nella digitalizzazione, come dimostrato da smart working ed e-commerce. Le fiere dovranno rivedere la propria struttura. Il touch & feel, il toccare con mano una scarpa, un abito o una borsa, è ancora importante nel nostro settore ma allo stesso tempo è indubbio che le manifestazioni debbano digitalizzarsi per garantire showroom online e consentire alle nostre imprese di vendere virtualmente ai propri buyer".

Quali sono le altre sfide importanti?

"Sicuramente quella rappresentata dal reshoring che, già in corso negli ultimi anni, costituisce un’opportunità di rientrare in Italia per le imprese che erano state costrette a delocalizzare per far fronte alla concorrenza di prodotti fatti altrove a prezzi bassissimi. Il governo dovrebbe seguirci e cercare di sostenere le imprese di fascia alta che vogliono rientrare in Italia per cui va nella giusta direzione l’intenzione di ridurre il cuneo fiscale del costo del lavoro e permettere alle imprese di lavorare ad armi pari. C’è poi da continuare a lottare contro la contraffazione, che nel fashion e nel made in Italy è stimabile in 5 miliardi di euro e che causa alle nostre aziende mancate vendite per oltre 1,4 miliardi. Si tratta di un danno enorme alle imprese, al lavoro, allo Stato e anche al consumatore".