Fabio Giatti (nella foto con la minicar) è nato nel 1987. Da gennaio 2019 è vice presidente e ad di Five
Fabio Giatti (nella foto con la minicar) è nato nel 1987. Da gennaio 2019 è vice presidente e ad di Five

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Sguardo severo ma sorriso sempre pronto, Fabio Giatti, classe 1987, laurea economica in trade marketing e strategie commerciali, è la continuazione generazionale del gruppo fondato e sviluppato dal padre, Giorgio Giatti. Da gennaio 2019 ha assunto il ruolo di vice presidente e amministratore delegato di Five.

Fabio, è più facile o più difficile fare l’imprenditore essendo figlio d’arte?

«Bella domanda. Ritengo che sia certamente un aiuto per le opportunità che mi sono state offerte fra cui la formazione e l’entrata in azienda. Certo, tante cose le ho apprese a ritmi accelerati che nel corso di una carriera di altro tipo si osservano con tempi più dilazionati. Poi c’è l’altro lato della medaglia: in poco tempo occorre calarsi in un mondo complesso come quello dell’impresa. Ad essere figlio d’arte i vantaggi ci sono mai poi ogni giorno ti devi misurare e confrontare con i risultati».

Quali sono i valori dell’azienda fondata da suo padre?

«Il nostro gruppo ha come valore base l’impegno sulla green economy, dai prodotti per il riscaldamento, vedi Termal, per la mobilità, la Five, che permettono di risparmiare energia. Poi il merito. Ogni società del gruppo, piccole e medie, è di fatto indipendente e ciò permette alle persone di emergere meglio di quanto potrebbe succedere in una grande azienda più legata alle gerarchie. E anche per questo siamo riusciti a creare una coesione sociale che è tipica del nostro Paese».

Esiste un’etica dell’imprenditore?

«Sono certo che non possa esistere oggi una realtà senza imprenditori che guardino anche al sociale. E questo valore in Italia è radicato molto più che in tanti altri Paesi del mondo. L’imprenditore ha una responsabilità verso il prossimo, ma anche il lavoratore deve sentirsi parte di un processo produttivo e di una squadra, per il bene dell’azienda e quindi indirettamente anche della società».

In azienda conta di più l’intuito del leader o la tecnologia?

«L’intuito dell’imprenditore è fondamentale nelle aziende, come la Five, che partono da zero e che vogliono crescere. Poi la tecnologia ovviamente ha il suo peso per valorizzare i nostri prodotti. Senza questa non si può andare avanti, crescere e rimanere competitivi perchè nel mondo ci sarà sempre qualcun altro disposto a produrre un elaborato simile a prezzi inferiori».

La globalizzazione è un bene o un male per le aziende?

«È un fatto positivo dal punto di vista concettuale perchè consente di poter produrre al meglio e aprire la commercializzazione in un Paese dove si produce altro. Ma può produrre anche squilibri».

Come?

«Faccio un esempio. Certe multinazionali si muovono continuamente e repentinamente verso Paesi dove la produzione viene a costare meno e questo processo non sempre è guidato nel modo giusto».

La fuga delle aziende all’estero ha penalizzato anche l’Italia?

«In parte sì. Ma molte aziende sono poi tornate a casa. La qualità della manifattura italiana è indiscutibile».

Anche voi nel 2012 avete delocalizzato dalla Cina all’Italia.

«La Cina non offriva più vantaggi così forti sulla manodopera e lo sarà sempre di più in futuro. E noi siamo riusciti ad anticipare questo trend portando la produzione in Italia attraverso impianti innovativi automatizzati. Qui inoltre riusciamo ad ottenere un controllo qualità di alta gamma. E confermo che i prodotti del Made in Italy anche nel nostro settore hanno un valore riconosciuto in tutto il mondo».

Come immagina la città del futuro dal punto di vista della mobilità?

«Nei centri urbani circoleranno in prevalenza mezzi elettrici leggeri e sarà una conquista anche per l’ambiente. Il futuro è anche delle minicar che noi già commercializziamo con successo e che sono in grado di percorrere 120 chilometri in autonomia. Con il costo di 2 euro. E su questa prospettiva, oltre che le aziende specializzate come la nostra deve lavorare anche la politica».

Che sport pratica?

«Ho giocato molto a pallacanestro, d’altra parte siamo a Bologna la Basket city d’Italia. Apprezzo gli sport di squadra, ma amo molto anche il tennis».

Domanda al tifoso: Virtus, Fortitudo o Bologna calcio?

«Fortitudo tutta la vita, di cui in passato siamo stati anche sponsor. Non ho dubbi. Vado anche al Paladozza a vedere le partite, ma il problema è trovare il biglietto. E grande passione per il Bologna calcio che vedo spesso allo stadio».

La sua qualità migliore?

«Penso di sapere ascoltare le persone che mi stanno intorno e che lavorano con me. Credo sia fondamentale confrontarsi prima di prendere una decisione».

Un suo difetto?

«Avere la convinzione di saper sempre interpretare in anticipo le esigenze del mercato, ma questo è l’altro lato della medaglia degli imprenditori che vogliono guardare al futuro».