Giovedì 16 Maggio 2024
ANTONIO TROISE
Economia

Cuneo fiscale, l’Italia soffre ancora. E’ al quinto posto fra i Paesi più tassati

A fare la differenza sono soprattutto le imposte e i contributi previdenziali che svuotano in netto in busta paga

Roma, 26 aprile 2024 – Buste paga un po’ più ricche per i lavoratori con famiglia, fisco sempre molto pesante per i single. Il taglio del cuneo fiscale confermato per tutto il 2024 dal governo (con l’obiettivo di renderlo strutturale) ha mosso solo di pochi decimali la posizione dell’Italia nella poco invidiabile classifica dell’Ocse dei Paesi dove la differenza fra il salario intascato e quello realmente pagato dalle imprese, è più alto. In media, il cuneo fiscale è stato, nel 2023, del 34,8%, contro il 34,7 dell’anno precedente.

Cuneo fiscale, l'Italia soffre ancora
Cuneo fiscale, l'Italia soffre ancora

Ma in Italia, per un lavoratore single, il peso delle imposte complessive sul salario è rimasto al 45,1%, sostanzialmente stabile rispetto al 2022 (era del 45%). Il tasso medio nei Paesi dell’Ocse – organismo guidato da Mathias Cormann – si attesta sul 34,8% (34,7% nel 2022) e l’Italia figura al quinto posto per l’incidenza più alta tra i 38 Paesi dell’organizzazione parigina, dopo Belgio (52,7%), Germania (47,9%), Austria (47,2%) e Francia (46,8%). Tra gli altri big occidentali il Regno Unito scende al 31,3% (-0,3) e gli Usa al 29,9% (-0,5%). La Svizzera si ferma al 23,5% e l’Olanda cala di 0,7% al 35,1%. Nel nostro Paese, a fare la differenza sono soprattutto le imposte e i contributi previdenziali, che rappresentano il 90% del cuneo fiscale, contro una media del 77%. Vanno meglio le cose per un lavoratore sposato con due figli.

In questo caso l’Italia scende all’ottavo posto nella classifica, con un cuneo del 33,2% contro la media del 25,7%. Eppure, qualcosa si è mosso anche nel nostro Paese dal momento che tra il 2000 e il 2023 il cuneo fiscale per il lavoratore single è sceso di 2 punti percentuali (dal 47,1 al 45,1%), mentre nello stesso periodo, nei paesi Ocse, è sceso di 1,4 punti percentuali (dal 36,2 al 34,8%). Ma si è trattato di un ritmo in sufficiente per recuperare posti in classifica. L’effetto combinato dell’aumento delle imposte e quello dell’inflazione ha di fatto ridotto il potere d’acquisto dei lavoratori. I salari medi sono aumentati in termini nominali in 37 Paesi, ma sono diminuiti in termini reali in 18 Paesi, tra cui l’Italia.

Nel caso della Penisola il valore complessivo del cuneo si ottiene sommando il 16,8% delle imposte sul reddito (media Ocse 13,3%), il 4,3% dei contributi versati dal lavoratore (8,1% Ocse) e il 24% dei contributi pagati dal datore di lavoro (13,4% Ocse).

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