Il ministro Padoan: le criptovalute possono far male (Ansa)

Roma, 14 febbraio 2018 - Alla fine è accaduto anche a una piattaforma italiana: maxi furto di criptovalute, niente rimborsi per i possessori dei portafogli virtuali. "È impossibile risarcire quanto rubato". Cioè 17 milioni di criptovalute Nano, circa 153 milioni di dollari al valore attuale. Persi per sempre. La doccia fredda arriva da BitGrail, la piattaforma fiorentina per lo scambio di valute virtuali che qualche giorno fa ha subito il maxi furto (allora il valore dei Nano rubati sfiorava i 200 milioni di dollari), e che ora afferma di avere "pronto un piano di recupero" che comunicherà "appena sicuri della sua fattibilità a livello legale e contabile". Ma in un'intervista a CoinTelegraph, il ceo della piattaforma Francesco Firano, ha affermato che "rimborsare l'importo rubato non è possibile". Intanto, le "indagini in corso" stanno costringendo il sito a sospendere tutte le operazione (prelievi compresi) mentre chi ha perso tutto resta con il cerino in mano. Intanto, sulla vicenda la Procura di Firenze ha aperto un fascicolo d'inchiesta per l'ipotesi di reato di frode informatica connessa con furto per l'indebito utilizzo dell'identità digitale di uno o più soggetti.

E, mentre gli allarmi si moltiplicano, ieri Mario Draghi, rispondendo a uno studente su Twitter, ha avvertito: "Ci penserei attentamente prima di investire in bitcoin" ma "non è responsabilità della Bce regolamentarlo". Più netta Bankitalia che, con il dg Salvatore Rossi, li definisce "aggeggi speculativi". Il prezzo dei bitcoin, dopo i crolli di inizio anno, viaggia attorno agli 8.600 dollari, meno della metà del picco di 20mila sfiorato a dicembre. I furti e gli attacchi hacker sono, infatti, uno dei principali rischi delle monete virtuali, basta ricordare quello da oltre 500 milioni di dollari subito dall’exchange giapponese Coincheck che provocò un crollo dei prezzi del Bitcoin e delle altre criptomonete. La verità è che non ci sono leggi, controlli, supervisori, garanzie e, dunque, la sicurezza dell’investimento è affidata alla piattaforma e agli accorgimenti delle persone per non farsi truffare.

Ma il lato oscuro delle criptovalute ha anche un'altra faccia: quella del mining abusivo, cioè la produzione di criptomonete da parte di hacker che sfruttano la potenza di calcolo di una rete di computer all'insaputa della vittime. Un'azienda su cinque ne è vittima. Lo rivela il rapporto della società di sicurezza Check Point Software Technologies relativo al periodo luglio-dicembre 2017. In sostanza si tratta di un virus, che viene installato dagli hacker sui computer delle vittime  e che inizia ad estrarre criptovalute sfruttandone la potenza di calcolo (e soprattutto consumando l'energia elettrica, che è il principale fattore di costo della produzione delle monete virtuali). 

Pochi giorni fa un gruppo di scienziati russi è stato fermato perchè usava il supercomputer del laboratorio nucleare in cui lavorava per produrre criptomonete. Mentre un ricercatore di sicurezza, Scott Helme, ha spiegato alla Bbc che oltre 4mila siti, inclusi quelli governativi, sono stati colpiti da questo fenomeno. «La seconda metà del 2017 ha visto i criptominer prendere d'assalto il mondo fino a diventare uno dei vettori di attacco preferito per generare introiti illegali», spiega Maya Horowitz, manager di Check Point.