Salvatore Vincelli con il figlio reo confesso dell'omicidio (Ansa)
Salvatore Vincelli con il figlio reo confesso dell'omicidio (Ansa)

Ferrara, 13 gennaio 2017 - "HO fatto una cazzata. Ma non volevo...». Comincia a metabolizzare l’orrore Riccardo, alla sua seconda notte nel carcere minorile del Pratello a Bologna. Sedici anni in bocca, il più giovane di quella che era la famiglia Vincelli è stata la mente del piano maledetto che, la notte tra lunedì e martedì, ha portato lui e il suo braccio armato Manuel Sartori (17 anni) a sterminare mamma Nunzia e papà Salvatore. A colpi di ascia in testa, nel sonno. Perché? Perché convincere l’amico ad aiutarlo? Cosa gli avevano fatto di così tanto spregevole mamma e papà per arrivare a sterminarli? 

«Non so come la vedano gli inquirenti – spiega l’avvocato Gloria Bacca dopo tre ore di interrogatorio – ma questo ragazzo ha un gran bisogno di aiuto. La situazione è molto pesante, drammatica, gravissima». È guardato a vista da agenti, educatori, servizi sociali con continui calmanti per tenerlo il più tranquillo possibile. «Ha confermato tutto – continua il legale –, confessato ogni cosa. Certo è sconvolto, pentito. Ma deve metabolizzare perché al momento non è pienamente consapevole di ciò che ha combinato». Parla di una situazione familiare complessa, l’avvocato, di un livore interno cresciuto giorno dopo giorno. Di quello stesso ‘male’ che già inghiottì Pietro Maso o Erika De Nardo.

CERTAMENTE ha inciso la questione del rendimento scolastico del figlio della coppia. Una telefonata del padre alla presidenza dell’Iti di Codigoro, dove l’adolescente studiava con scarsi risultati, sarebbe stata forse l’ultima goccia del montante risentimento verso i genitori. Contrasti continui, che avevano portato il ragazzo a trasferirsi fisicamente in una dependance esterna alla villetta, per sottrarsi ad un rapporto che lo stressava. Ma, come ribadisce l’avvocato, «non è stato solo per un brutto voto». Il movente «è molto più complesso», riguarda «problemi adolescenziali non trattati con i dovuti modi, da parte sua, dei genitori, della società».

Riccardo aveva rapporti assai conflittuali con i familiari, diceva di amare solamente il fratello e la nonna. «Odio mia madre», confidò di recente ad un amico. Perché a Nunzia non andava giù che Riccardo tornasse alle 5, dormisse nel garage adibito a camera, non studiasse. E come ogni mamma, lo rimproverava e una volta, colta dal nervoso, lo aveva preso a schiaffi. Eppoi c’era Manuel, l’amico del cuore, il suo rifugio, lo sfogo. Il burattino da plagiare e da pagare per la mattanza contro la sua famiglia: «Voglio uccidere i miei genitori. E tu, che sei forte e hai le palle, mi devi aiutare. Ti pago». Ottantacinque euro già in saccoccia, mille a giochi fatti. «Tra di loro c’era una forte amicizia. Punto. Smentisco – precisa l’avvocato Bacca – ogni altro tipo di illazione». 

«IL PIANO per uccidere lo aveva escogitato Riccardo – ha ribadito Manuel ieri durante l’interrogatorio –, io sono arrivato dai signori Vincelli in piena notte con i borsoni con dentro ascia, guanti, scotch, corde, vestiti e sacchi di nylon». Uccidili per me, l’ultima spregevole preghiera del giovane Vincelli all’amico rimanendo fuori durante la carneficina. «Mi ha detto di coprire i volti massacrati con sacchi neri – ha continuato Manuel – perché non voleva vedere i suoi ridotti così. Poi li dovevamo fare sparire ma abbiamo avuto paura di essere scoperti all’ultimo momento. Sì, per Riccardo farei ogni cosa». Amaro l’avvocato Lorenzo Alberti Mangaroni Brancuti: «Manuel continua a piangere, è disperato, pentito. Siamo di fronte a una tragedia non solo per le persone morte ma anche per i ragazzi coinvolti. E il bene principale, ora, è tutelarli».