Matteo Salvini, 48 anni, con Viktor Orban, classe 1963, in un. incontro del 2019
Matteo Salvini, 48 anni, con Viktor Orban, classe 1963, in un. incontro del 2019
di Antonella Coppari Sarà un congresso di fatto, se non di nome. A convocare l’assemblea programmatica della Lega a dicembre provvederà il consiglio federale riunito oggi a Roma. Obiettivo: confermare la linea di Salvini, risolvere una volta per tutte il contenzioso fra le pulsioni sovraniste del capo e le passioni moderate ed europeiste del suo braccio destro. Il leader del Carroccio non risponde direttamente alla deflagrante intervista di Giorgetti nel libro di Vespa, ma fa parlare i fatti. Con una video...

di Antonella Coppari

Sarà un congresso di fatto, se non di nome. A convocare l’assemblea programmatica della Lega a dicembre provvederà il consiglio federale riunito oggi a Roma. Obiettivo: confermare la linea di Salvini, risolvere una volta per tutte il contenzioso fra le pulsioni sovraniste del capo e le passioni moderate ed europeiste del suo braccio destro. Il leader del Carroccio non risponde direttamente alla deflagrante intervista di Giorgetti nel libro di Vespa, ma fa parlare i fatti. Con una video conferenza con Viktor Orbán e il premier polacco Mateusz Morawiecki torna a lavorare per riunire in un unico gruppo le destre europee. A rendere conto dei suoi umori ci pensano i colonnelli, descrivendolo esasperato. In realtà il Capitano sarebbe meno imbestialito di quanto raccontano, e preferirebbe smussare la polemica, deciso a evitare oggi votazioni di sorta.

A insistere per trasformare la riunione in un processo sono i dirigenti sovranisti, che non vogliono perdere l’occasione di regolare i conti con il nemico interno. Eppure, il capo leghista di motivi di irritazione ne avrebbe: l’uscita di Giorgetti gli crea complicazioni su diversi fronti e nel momento in cui sondaggi registrano un ritorno del Carroccio alle posizioni del 2018.

Buona parte della campagna di Matteo per l’eurogruppo serve a confermarne la leadership nella destra italiana davanti agli alleati europei: l’invito di Giorgetti a guardare al Ppe non lo aiuta. Sul fronte del Quirinale se la deve vedere con un Berlusconi furibondo perché la sponsorizzazione di Draghi rende la sua una "candidatura di bandiera", ma anche Giorgia Meloni non si lascia allettare dal presidenzialismo modello Giorgetti: "L’idea che il presidenzialismo sia imposto dall’alto non mi convince". Il ministro dello Sviluppo si rende conto della situazione, tenta la retromarcia affermando di essere stato travisato. "Le sue parole sono state forzate ed estrapolate dal contesto – dicono nel suo giro –. È amareggiato per una pubblicità non cercata".

Spiazzato al punto che si era sparsa la voce di una possibile diserzione della riunione odierna ma i collaboratori smentiscono: ci sarà. La linea del Piave di Giorgetti sarà la necessità di sgombrare il campo da ambiguità sull’appoggio incondizionato a Draghi sia come capo del governo che come presidente della Repubblica. Salvini a uscire ora dalla maggioranza non ci pensa, ma sostiene il premier a modo suo, con i continui distinguo: "Presenterò emendamenti sul reddito di cittadinanza". Quanto al secondo punto, dopo l’improvvida uscita con Vespa è diventato più difficile.