Lunedì 24 Giugno 2024

Usa-Cina, porte aperte al Parmesan: trema il formaggio made in Italy

Expo, allarme contraffazione: il 2015 sarà decisivo per la tutela dei marchi e la lotta al cibo falso di Luca Zorloni

Controlli del parmigiano in un laboratorio italiano (Olycom)

Controlli del parmigiano in un laboratorio italiano (Olycom)

Milano, 7 gennaio 2015 - Stati Uniti e Cina hanno mosso le pedine. Tra Washington e Pechino c’è l’intesa per assicurare all’industria a stelle e strisce l’esportazione sul mercato cinese di quei formaggi che imitano gli originali italiani ed europei, come il Parmesan (il sosia tarocco del Parmigiano), l’Asiago, la Feta greca e il Muenster. Il negoziato è l’ultima mossa sullo scacchiere internazionale dei trattati per la circolazione libera delle merci, che proprio nell’anno dell’Esposizione universale di Milano cercano l’accelerata finale. E in Europa, alla notizia del corteggiamento, è suonato l’allarme. «In questo modo gli Stati Uniti potranno esportare in Cina formaggi che usurpano i marchi di origine protetta italiani», lamenta Gianni Fava, assessore regionale all’Agricoltura in Lombardia, dove si produce oltre il 40% del latte italiano e la gran parte si trasforma in formaggio.

Un esito positivo del negoziato Cina-Usa, vagone che fa parte del più grosso convoglio del Trattato transpacifico (che vede Washington al tavolo con una quindicina di potenze del Pacifico, tra cui Australia, Giappone e Corea del Sud), avrebbe pesanti ripercussioni sulle stalle della Pianura padana. Perché un libero mercato del tarocco ruberebbe altre quote di mercato alle produzioni originali italiane, che già perdono 60 miliardi di euro all’anno nel mondo per via della contraffazione. E un semaforo verde al formaggio potrebbe far scivolare altri accordi della stessa natura.

Che pedina giocherà l’Europa? Anche Bruxelles è seduta a un tavolo con Washington: è quello dell’Accordo transatlantico (Ttip), che come il transpacifico (Tpp) ha l’obiettivo di tagliare dazi, uniformare i criteri di produzione industriale e creare un’area di libero scambio tra i Paesi. Si tratta di accordi che impiegano anni per arrivare alla firma: al Tpp si lavora dal 2005. Tuttavia le diplomazie hanno fretta di portare a casa il risultato entro il 2016, prima che negli Stati Uniti inizi la maratona per l’elezione del nuovo inquilino della Casa bianca. Il primo patto che arriverà alla firma determinerà sorti e condizioni dell’altro. Il 2015, quindi, sarà l’anno decisivo. Compresa l’Expo di Milano, incentrata sull’alimentazione, visto che il braccio di ferro più snervante tra Usa ed Europa riguarda proprio le regole di produzione e commercio del cibo. Le normative Ue, la difesa della tutela dell’origine dei prodotti, contro l’industria a stelle e strisce, alimentata a ogm. Muro contro muro. Le trattative sono segrete.

«Ma alla luce di questa intesa tra gli Stati Uniti e la Cina, ho subito chiesto un incontro al relatore del Ttip per l’Europa, Paolo De Castro (europarlamentare ed ex ministro dell’Agricoltura, ndr), per capire quali sono le tutele assicurate alle produzioni dop e igp comunitarie», ha spiegato Fava. «Noi per Expo stiamo proponendo una carta anti-contraffazione – prosegue l’assessore regionale –, ma non vorrei ci fosse poi un passo indietro a livello europeo per chiudere il Ttip».

Da Bruxelles arrivano voci di corridoio su una possibile retromarcia della Ue nella difesa dei marchi e dell’origine controllata dei prodotti alimentari, pur di sbloccare l’impasse sul patto transatlantico. De Castro però smentisce: «Non c’è nessun sacrificio. Gli Stati Uniti sanno che sull’alimentare dovranno cedere alle regole europee, perché la bilancia commerciale pende a nostro favore. L’Europa esporta negli Stati Uniti cibo per 17 miliardi di euro e ne importa 10 miliardi, soprattutto sotto forma di materie prime. Mentre noi vendiamo prodotti ad alto valore aggiunto. Comunque la trattativa sarà votata al Parlamento europeo: se non sarà convincente, sarà bocciata».

Il problema però è arrivare a una conclusione. E per De Castro non si può andare oltre il 2016. Tuttavia Coldiretti tira il freno. «Siamo preoccupati – spiega Ettore Prandini, presidente del sindacato lombardo –. Il rischio è che l’Europa usi l’agroalimentare come merce di scambio con gli Stati Uniti. Gli Usa hanno estromesso da ogni accordo l’elettronica, dove sono forti. Non vogliono che nessuno penetri nel loro mercato. Perché noi trattiamo sull’agroalimentare?». A Bruxelles la prossima mossa.

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