Mario Arpino Il mondo non ha mai assistito a tante guerre come dai giorni in cui, tra cadute di muri e decolonizzazioni, è scoppiata la pace. Se poi interviene l’Onu, che perpetua le crisi separando, congelando e spartendo ogni cosa, forse solo un cambio generazionale consentirebbe poche residue speranze. Allora può emergere un primo ministro Nobel per la Pace che,...

Mario

Arpino

Il mondo non ha mai assistito a tante guerre come dai giorni in cui, tra cadute di muri e decolonizzazioni, è scoppiata la pace. Se poi interviene l’Onu, che perpetua le crisi separando, congelando e spartendo ogni cosa, forse solo un cambio generazionale consentirebbe poche residue speranze. Allora può emergere un primo ministro Nobel per la Pace che, mettendoci del suo, è capace di farle crollare del tutto. Con questa non lieve premessa facciamo il nostro ingresso in Africa, continente caratterizzato da rara bellezza, grande fascino, ricche risorse e, ahimè, un numero non rendicontabile di guerre dimenticate.

È il caso di Etiopia ed Eritrea, per trent’anni acerrime nemiche in una lunga e sanguinosa guerra di indipendenza tra il 1961 e il 1991, di nuovo in guerra dal 1998 al 2000 per il possesso della città di Badme, nel Tigray, assegnata poi all’Eritrea in base agli accordi Onu di Algeri. L’Etiopia, ciononostante, non aveva ritirato il suo esercito dalla città fino al 2018. Nel novembre del 2000 il primo ministro Abiy Ahmed, il già citato premio Nobel, aveva dichiarato di aver concluso con la vittoria la campagna contro gli irriducibili “ribelli” del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (Fplt). Ma non era vero. In realtà, in questi giorni i combattenti tigrini dell’Fplt stanno marciando in direzione Addis Abeba, con il non recondito obiettivo di cacciare il premiatissimo, ma non molto amato Abiy. Come d’uso in Africa, i massacri, gli esodi forzati e le violenze sono di nuovo all’ordine del giorno, pur se la buona causa sarebbe, tolto il potere all’autoritario Abiy Ahmed, ritornare allo spirito confederale della costituzione del 1995. Guerra lontana dalle telecamere, mentre l’Occidente si perde in vaniloqui e Covid. Intanto Russia e Cina, pronte a dividersi i resti dello scempio infinito, osservano tutto con attenzione e pazienza.