Italia divisa sul caffè: produttori del Nord contro quelli napoletani. Così è saltata la tulela Unesco all’espresso nazionale
Italia divisa sul caffè: produttori del Nord contro quelli napoletani. Così è saltata la tulela Unesco all’espresso nazionale

Mauro

Bassini

Se vogliamo insistere con le frottole, possiamo raccontarci che Napoli è la patria del caffè, che l’acqua napoletana lo rende unico, che nessuno lo sa preparare a regola d’arte come lo fanno all’ombra del Vesuvio (carceri comprese, diceva Fabrizio De André). Del caffè, Napoli ha costruito soprattutto una mitologia di trovate pittoresche. Il caffè sospeso, pagato a beneficio di uno sconosciuto e squattrinato cliente successivo. Le battute di Eduardo che nelle sue commedie sbeffeggia le massaie che servono ciofeche, o quelle dei baristi che guardano storto chi chiede caffè senza zucchero, "perché senza lo zucchero ‘o cafè è amaro". Tutto divertente, ma la realtà è un’altra. Se 500 anni fa il caffè arrivò in Europa, non dobbiamo ringraziare i napoletani, ma i veneziani.

I nomi che hanno fatto grande il caffè italiano, tentando di farlo apprezzare anche in Francia e in Inghilterra, sono Illy, Lavazza, Segafredo. Tutte aziende del Nord. È vero che a Napoli Illy aprì nel 1999 la sua celebre università del caffè che, a Parigi e in una trentina di sedi italiane ed estere, ha insegnato a quasi 300 mila produttori e professionisti la scienza dell’espresso perfetto. Ma dopo appena tre anni la sede fu trasferita a Trieste, con tanti saluti a Pulcinella. Intanto, la strana guerra della tazzina tra Nord e Sud ha già prodotto danni: è appena saltata la candidatura dell’espresso italiano a prodotto tutelato dall’Unesco. Risultato amaro per un caffè buono come il nostro.