Sabato 13 Aprile 2024

Messina Denaro e i colletti bianchi, i Ros: borghesia mafiosa, caccia a chi l'ha protetto

Intervista al vice comandante Valerio: "Scaviamo nella sua rete economica. La cattura è la fine di un incubo, ma ora andiamo fino in fondo". Nel mirino le infiltrazioni e la corruzione. "Solo così i clan fanno affari"

Roma, 21 gennaio 2023  - "Questo è proprio il momento per andare fino in fondo. Con la cattura di Matteo Messina Denaro finisce un incubo, ma per noi continua in maniera ancora più risoluta l’attività di investigazione nella quale, come stiamo facendo, dobbiamo accelerare in maniera fortissima per debellare la rete di protezione su cui ha potuto contare e, più in generale, per arrivare a colpire l’altissima capacità di infiltrazione, attraverso la corruzione, della Cosa nostra siciliana nel mondo dell’impresa, dell’economia, delle professioni, ma anche della politica". A dare la lettura più autentica della guerra alla mafia nel dopo-Messina Denaro è il colonnello Gianluca Valerio, vice comandante del Ros e "regista" strategico e operativo dell’operazione che ha condotto a inizio settimana all’arresto dell’ultimo capo riconosciuto della mafia.

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Facciamo un passo indietro. Qual è il significato della cattura di Messina Denaro?

"La sua cattura ha un duplice valore: il primo è quello della fine di un incubo, anche in termini di percezione dello stato di libertà di questa persona: era un fattore con cui ci dovevamo misurare ogni giorno. Il secondo è l’altissimo aspetto simbolico rappresentato dall’andare a catturare un capo così importante nel suo territorio. Nel caso di specie, potremmo dire che è anche la fine della stagione stragista della Cosa nostra. Lui era l’ultimo che mancava. Ma è anche il primo capo della nuova mafia e, se vogliamo, del ritorno alla Cosa nostra pre-Riina, in versione aggiornata".

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L’ultimo capo della vecchia mafia, il primo della nuova. In che senso?

"La sequenza Riina, Provenzano, Messina Denaro rappresenta, sia per le vite che hanno condotto sia per quello che abbiamo scoperto sulle loro latitanze, le tre diverse facce dell’evoluzione trentennale di Cosa nostra. Quella di Riina è una mafia vincente, corrispondente a quello che serviva all’organizzazione in quegli anni, Settanta e Ottanta, ma lui ha una vena narcisista che lo spinge a immaginare di fare la guerra allo Stato: da qui la stagione stragista che, però, porta a una grande reazione dello Stato e a una notevole avanzata investigativa".

A quel punto c’è lo spartiacque del suo arresto.

"E i trenta anni, che riempiono il tempo tra la cattura di Riina (che è il primo momento in cui questo esercito di generali fino ad allora sconosciuti viene svelato) e il 16 gennaio, con la cattura di Messina Denaro, sono stati quelli dell’inabissamento e della compromissione e confusione, ma direi della soluzione, in termini chimici, della Cosa nostra con il resto della società".

Gli anni della lunga latitanza di Messina Denaro.

"Messina Denaro si porta dietro il profilo e il Dna dei vecchi capi perché cresce con loro e con l’insegnamento soprattutto del padre, che viene spesso dimenticato, ma che è una delle più importanti figure di quella stagione. Ma lui, Messina Denaro, è anche il protagonista di questa evoluzione che porta alla capitalizzazione e all’investimento degli ingenti patrimoni che nel frattempo si sono accumulati nella prima fase di razzia criminale e di sviluppo dei traffici. Lui cerca di farsi inseguire, come in un falso scopo, fino a immaginare che lo Stato, senza più colpi di lupara, si dimentichi di lui. Un po’ come una lepre che continua a correre per farsi inseguire e distrarre i cacciatori dalle altre lepri".

Chi sono le altre lepri? La borghesia mafiosa che lo ha protetto e che ha favorito i suoi traffici?

"A proteggere la sua latitanza sono stati molteplici fattori: uno di quelli più significativi è relativo alla considerazione che nel suo territorio di riferimento, dove non arrivavano l’omertà e la conoscenza diretta, arrivava l’intimidazione. Quanto al ruolo della borghesia mafiosa, il procuratore De Lucia lo ha descritto molto bene. Ma si tratta di un meccanismo antico. Le professioni sono state protagoniste della storia di Cosa nostra: il capo della famiglia mafiosa di Corleone, negli anni Cinquanta, era un medico, il dottore Navarra. Come la massoneria deviata, come certa borghesia imprenditoriale e certo potere politico-amministrativo locale. Noi parliamo di teoria degli insiemi".

Come funziona?

"Si tratta di una serie di insiemi che si toccano, che si sovrappongono in alcuni casi e che in altri coincidono, in territori di poca demografia e poco lavoro. Il mondo delle professioni, della politica locale e della pubblica amministrazione deve essere immaginato come ambiente di penetrazione delle organizzazioni criminali perché, più di ogni altra cosa, consentono alle organizzazioni stesse di intessere relazioni sociali per le loro progettualità criminali".

È questo il fronte del contrasto del dopo cattura di Messina Denaro?

"Sì e a chi pensa che abbiamo sconfitto la mafia va detto che non è così. Ma lo dico con ottimismo ora: perché questo è il momento di andare fino in fondo".

Che cosa significa in termini di obiettivi di investigazione?

"Da un lato significa risalire perfettamente a tutta la rete, diretta e indiretta, sulla quale ha potuto contare Messina Denaro. E, dall’altro, vuol dire spingere per arrivare a individuare tutti quei personaggi che fanno parte della borghesia mafiosa che assicura impunità e affari all’organizzazione (a tutte le organizzazioni criminali, non solo a Cosa Nostra). Insomma, dobbiamo continuare ad aggredire fino in fondo l’organizzazione nella sua componente imprenditoriale e di relazione con il potere. Un ‘organizzazione che utilizza come strumento principale la corruzione per penetrare in certi ambienti, per cui inseguire la corruzione significa inseguire la criminalità organizzata".

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