Fra i tanti nomi affibbiatigli dalla fantasia dei narratori delle sue imprese Diego amava El Diez , meno squillante d’altri acquisiti dalla fenomenologia del Pibe de Oro . Un titolo di nobiltà che solo Johann Cruijff aveva rifiutato, definendosi per sempre "il Quattordici": un po’ per narcisismo, per affermare la sua squisita diversità, molto – dico io – per evitare la sfida con il ‘Dieci’ dominante, Pelé. Fra le tante partite vinte da Maradona c’è questa, non piccola, non banale: ha fatto storia e letteratura soprattutto fra gli scrittori sudamericani che un giorno si sono autodefiniti titolari della favola del calcio. Ma già da decenni quel numero magico era ben noto agli appassionati non per per quel che ne diceva la Smorfia – testo sacro per i napoletani – nel libro della Cabala, il 10 banalmente associato ai Fagioli, peraltro interpretati come simbolo della Nascita...

Fra i tanti nomi affibbiatigli dalla fantasia dei narratori delle sue imprese Diego amava El Diez , meno squillante d’altri acquisiti dalla fenomenologia del Pibe de Oro . Un titolo di nobiltà che solo Johann Cruijff aveva rifiutato, definendosi per sempre "il Quattordici": un po’ per narcisismo, per affermare la sua squisita diversità, molto – dico io – per evitare la sfida con il ‘Dieci’ dominante, Pelé. Fra le tante partite vinte da Maradona c’è questa, non piccola, non banale: ha fatto storia e letteratura soprattutto fra gli scrittori sudamericani che un giorno si sono autodefiniti titolari della favola del calcio. Ma già da decenni quel numero magico era ben noto agli appassionati non per per quel che ne diceva la Smorfia – testo sacro per i napoletani – nel libro della Cabala, il 10 banalmente associato ai Fagioli, peraltro interpretati come simbolo della Nascita e della Compiutezza.

Me ne parlò alla fine dei Cinquanta il giovane Umberto Agnelli in un breve incontro a Cesenatico, fiero di aver portato alla Juventus Omar Sivori : "È un vero dieci", mi disse orgoglioso. Confesso che non capii (non masticavo ancora la materia saporita della quale mi sarei nutrito forever) fino a quando non lo conobbi, Sivori, e me ne feci compagno fino a quando non fuggì da Torino per andare a Napoli, dove fu felicemente El Diez . Un giorno, mentre a Posillipo smandolinavano e cantavano "Maradona è ‘cchiù forte ‘e Pelé" chiesi a Omar, facendolo arbitro, chi fosse il Dieci più forte e lui – che modesto non era – "Escluso me, il più forte è Diego". I brasiliani (e gli inglesi) si misero a ridere. Pelé, furbo e signore, non fece una piega.

Da un’inchiesta che facemmo fra i più grandi giornalisti sportivi del mondo scaturì un verdetto salomonico (e per me verace): Alfredo Di Stefano. Quando lo incontrai a Messico ’86 e Maradona era sicuro di vincere il Mundial, la mitica Saeta Rubia mi disse: "Grazie dell’attenzione, ma il più grande, adesso, è Diego". Adesso. Glielo dissi quando come ogni settimana varcavo i cancelli del ritiro argentino (Maradona – ben remunerato – scriveva per il mio Guerin) ma Diego non fece una piega. Lo sapeva già. E quando sconfisse l’Inghilterra, a caldo non mi parlò di calcio, della mano de Diòs e del dribbling più bello della storia : "Amico mio – mi disse – las Malvinas son argentinas". Un messaggio per la signora Thatcher.

È colpa di Diego se in queste ore si parla di lui per tutto fuorché per il calcio: eroe popolare, artista maudit dedito alla coca come Rimbaud all’assenzio, generoso scellerato sciupato dalle femmine. Ma se penso ai ragazzi – o agli ex giovani come me – è il Dieci che contava e conta ancora. Il 10 di Gianni Rivera, il primo Golden Boy (Pibe de Oro) detestato da Brera, amato da Pasolini; il 10 di Helmut Haller, der Mann mit den goldenen Beinen ; il 10 di Platini, Matthaus, Gullit, Ronaldinho, Del Piero, Hagi, Totti. Il 10 di Baggio, il mio preferito: un calvario di ferite gli ha impedito di diventare Maradona, ma soprattutto l’ha limitato la sua serenità buddista, mentre Diego aveva in corpo rabbia e fame e un sogno, quello che ha lasciato intatto nel suo testamento: "Se rinasco voglio essere calciatore, se rinasco voglio essere Maradona".

Quante cose ci hanno insegnato, i Dieci. Innanzitutto quanto amore gli dovessimo per annullare o almeno attenuare l’odio per i poeti del gol, l’invidia per i talenti naturali ("Nature Boy" cantava Nat King Cole, il mio idolo) che non riuscivano a farsi insegnare come giocare col pallone e rifiutavano di farsi imprigionare dagli schemi. Rispetto Messi, ma non posso dimenticare che il meglio l’ha dato – in numeri – quando Guardiola l’ha inquadrato nel noiosissimo Tikitaka. Ve lo immaginate Maradona con quella ossessiva danza del possesso palla? Un’indegna forzatura per uno che ha detto "la mia vita in fondo è solo una parola, palla". E se avete memoria non vi saranno sfuggite le pertinaci persecuzioni di certi mister – ginnasiarchi o inventori – nei confronti di certi mirabili Dieci come appunto Sivori e Haller nella stagione di Heriberto, lo stesso Rivera, e Totti e in testa a tutti Baggio. Fui grato a Mazzone per aver salvato il Codino: che uomo, dissi. Un suo amico mi corresse: che tecnico. Degli altri non faccio i nomi. Li sapete. Questa è l’eredità di Maradona, del Diez più grande del mondo, per i ragazzi che amano la Palla: non ascoltate chi ha ridotto il calcio in numeri. Fatevi poeti.