La madre del jihadista: "Vi racconto come è facile radicalizzarsi. Oggi non sono più credente"

Il figlio nel 2017 era tra i killer della strage di London Bridge. Valeria Collina: "Si cavalca la miseria per farla sfociare in violenza"

Valeria Collina, non è più Khadija

Valeria Collina, non è più Khadija

Bologna, 19 ottobre 2023 – Quando è tornato a scorrere il sangue tra Israele e Palestina ho subito pensato che ci sarebbero stati riflessi in Europa". Valeria Collina, da qualche tempo non è più Khadija. La mamma di Youssef Zaghba, il terzo terrorista della strage del London Bridge cresciuto tra il Marocco e la Valsamoggia, a sei anni dalla morte del figlio respira la stessa tensione che in quei giorni del 2017 attraversava l’Europa. E, al di là delle differenze di età, condizione sociale e cultura, intravede delle affinità tra "il pensiero mortifero e nichilista che ha mosso mio figlio e quello che ha armato la mano dellattentatore di Bruxelles", Abdesalem Lassoued.

Sei anni dopo, cosa pensa sia scattato in Youssef per spingerlo a uccidere degli innocenti?

"Mio figlio era molto giovane, aveva 22 anni. A quell’età i ragazzi hanno bisogno di un progetto, di un fine grande a cui votarsi. Il suo, disgraziatamente, è stato l’orrore. Per lui, l’Isis non era la macelleria che è, ma vedeva nello Stato Islamico una rivalsa di popoli schiacciati dall’Occidente".

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Come si era avvicinato a questo pensiero?

"Quando vivevamo in Marocco, i canali satellitari raccontavano sempre delle violenze e dei soprusi che i credenti dovevano sopportare. La narrazione che ne facevano provocava anche in me un dolore straziante. Sono vissuta 20 anni in Marocco, so come la gente lì sente queste notizie, raccontate in maniera cruda e dettagliata. In lui era nata una sorta di voglia di reagire a questa grande ingiustizia. Benché fosse figlio della borghesia araba, non toccato da nessun sopruso, coccolato quando veniva in Italia".

Un contesto diverso da quello Lassoued, sbarcato a Lampedusa con una storia di miseria e delinquenza alle spalle.

"L’attentatore di Bruxelles è arrivato nel 2011 in Italia. Dodici anni fa. Chi ci dice che fosse già radicalizzato? E se invece fosse stata la rabbia per il non riuscire a trovare una sua strada, a regolarizzare la sua posizione e costruirsi un futuro, a ingenerare in lui tanto odio? Credo che manchino cure, attenzioni, per evitare che la miseria sfoci in rabbia e poi violenza".

Ieri come oggi, la polizia italiana aveva avvertito i colleghi stranieri della pericolosità sociale di Youssef e Lassoued. Non è stata ascoltata.

"Mi ricordo che la polizia inglese mi disse: ‘Avevamo tremila segnalazioni di potenziali terroristi, non potevamo star dietro a tutte’".

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La mancata integrazione e la disparità sociale generano odio. Abbiamo visto gruppi di giovanissimi di seconda generazione inneggiare all’Africa, contrapposta all’Italia, dove sono nati e vivono. Possono radicalizzarsi?

"C’è rabbia, ma è una rabbia sociale, slegata dalla religione. Più una voglia di rivalsa rispetto a ciò che non si ha, alla mancata affermazione di sé".

Un po’ come nelle banlieue francesi? Crede che in futuro quegli scenari possano riproporsi qui?

"No, perché la storia francese e quella italiana sono profondamente diverse. Il passato coloniale sporca a priori i rapporti. Questo da noi non c’è, è un vissuto profondamente diverso".

Lei è protagonista di un documentario, ‘After the bridge’, in cui si racconta. Quanto è diversa la Valeria di oggi dalla Khadija di allora?

"Nella mia vita ho fatto sempre scelte radicali, ma sentite. Ho passato anni bellissimi in Marocco e anni altrettanto felici qui. Oggi mi sono iscritta di nuovo all’università, ad Antropologia, specializzandomi sull’Islam. Ho fatto un lungo percorso interiore, che mi ha portato a non essere più credente. Ma non rinnego me stessa".

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