Sabato 22 Giugno 2024
ALESSANDRO FARRUGGIA
Cronaca

La polizia compie 172 anni. Parla il negoziatore: "Per trattare coi barricati l’unica regola è: mai bugie"

Fabio Lucci è uno degli otto esperti chiamati a gestire le situazioni più complesse. "Bisogna mantenere sempre la calma e lavorare di tattica e psicologia. C’è un momento in cui una risposta originale può risolvere lo stallo"

Un negoziatore della polizia

Un negoziatore della polizia

Roma, 10 aprile 2024 – "Non devi mai mentire, mai. Magari non dici tutto, ma mentire, no. Perché se perdi la fiducia del barricato è finita. E la fiducia è fondamentale". Il sostituto commissario Fabio Lucci, 54 anni, è quello che chiamano ‘negoziatore di secondo livello’, un negoziatore esperto, uno degli otto secondi livelli esistenti in Polizia – e anzi, è il loro coordinatore – che da Roma possono essere mandati di rinforzo su casi delicati, mentre ai 75 negoziatori di primo livello, di sede nelle questure principali, spetta il primo intervento. Un passato da infiltrato nel settore della lotta alla droga, poi nella Polizia di prevenzione e del territorio e dal 2020, quando il Capo della Polizia ha istituito nella Ps la nuova figura del negoziatore, Lucci è stato chiamato a bordo.

Che significa fare il negoziatore? Quali sono le qualità che servono?

"È un lavoro di grande responsabilità. Servono qualità caratteriali e comunicative, bisogna essere calmi, razionali, flessibili, avere la capacità di essere empatici con le persone. Devi capire con chi hai a che fare, le caratteristiche psicologiche del barricato. Devi metaforicamente mettere il piede nella porta per cercare di trovare un terreno comune per parlare. Non devi mai dare risposte negative, e avere il cosiddetto pensiero divergente, la capacità di dare risposte originali che possono fare breccia nel barricato".

Tutte le negoziazioni sono diverse?

"Certo, anche se essenzialmente possono essere raggruppate in due tipi. O win-win, dove tutte le parti in causa possono essere vincenti e nelle quali il negoziatore deve far capire al barricato che ne può uscire positivamente: il caso tipico è di chi vuole tentare il suicidio. Oppure sono di tipo win-lose, dove c’è un vincente e un perdente, tipo una rapina andata male o un attacco terroristico, con ostaggi, dove si mette in conto l’intervento dei reparti speciali e quindi la negoziazione è tattica, per prendere tempo e aiutare le forze speciali a entrare con meno rischio possibile".

Il negoziatore lavora da solo?

"No, è parte in una squadra di negoziazione. Per un intervento di secondo livello uno è il negoziatore principale, scelto sulla base del background di esperienze e a chi ha dei fronte. Poi c’è il secondo che gli fa da coaching e assiste il primo. Quindi c’è il terzo, che fa da interfaccia con il responsabile del servizio e filtra tutte informazioni che provengono da fuori della bolla di negoziazione. E poi c’è un quarto che fa da recorder e fissa su una lavagna tutte le informazioni. Oltre a questo, c’è uno psicologo, che è utile anche per la gestione dello stress del negoziatore stesso. Ovviamente se il barricato è straniero si utilizza un traduttore o un mediatore culturale. E se è di una certa regione, se possibile si cerca un negoziatore di quella regione, che magari parli in dialetto".

Coinvolgete attivamente nel negoziato anche gli eventuali parenti?

"I familiari sono utili a dare informazioni, ma, a meno che non siamo certi che quella persona non abbia nessun astio con quel familiare, non li facciamo parlare direttamente, per evitare che poi magari il barricato faccia un gesto eclatante. Certo, è un lavoro di gruppo. Sei sempre sul filo, la tensione è alta, l’adrenalina corre, ma devi stare calmo e in controllo. E quando va bene, la soddisfazione è davvero grande".