In piazza per Emanuela Il fratello ai giudici vaticani "Interrogate padre Georg e il cardinal Bertone"

Tanta gente al sit-in in piazza San Pietro per ricordare la ragazza scomparsa nel 1983 "Le nuove indagini devono essere serie. Andrebbe sentito anche papa Francesco"

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di Nina Fabrizio

CITTÀ DEL VATICANO

È un fiume in piena Pietro Orlandi al sit-in organizzato davanti a San Pietro. C’era tanta gente a ricordare la sorella Emanuela. Adesso che la ‘Procura’ vaticana, con una svolta a 360 gradi, ha clamorosamente deciso di aprire un fascicolo di indagine sulla scomparsa quarant’anni fa della sua cittadina, per Pietro, il fratello che si è fatto bandiera della battaglia di verità dall’83 ad oggi, non c’è più un attimo da perdere. Se le indagini vaticane vogliono essere "serie" e non una "occasione di propaganda", ci sono almeno una quindicina di persone da sentire, monsignori e cardinali alcuni risalenti all’epoca di Giovanni Paolo II, altri con incarichi successivi, tutti a suo dire entrati in contatto in qualche modo con la vicenda della sparizione di Emanuela. Sono tutti oggetto di istanze presentate negli anni dagli Orlandi assieme all’avvocato Laura Sgrò, a cui finora non era stato dato seguito. Nel frattempo, alcuni di loro sono anche deceduti. Non però, dice Pietro, il segretario di stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, primo collaboratore del Papa Emerito Benedetto XVI nell’epoca del suo pontificato e "mandante di alcuni emissari alla Procura di Roma per una specie di trattativa da intavolare con piazzale Clodio" per la conclusione della vicenda di Emanuela, quando il Vaticano diede l’ok per l’apertura della tomba dell’ex boss della Magliana, Renatino De Pedis, tumulata nella cripta della basilica di Sant’Apollinare con il benestare dell’allora vicario, il cardinale Poletti.

Versioni che non coincidono, perché come scritto anche nella biografia Nient’altro che la verità di Georg Gaenswein, uscita in questi giorni, l’entourage di Ratzinger non aveva mai promesso il rinvenimento del corpo della ragazza ma aveva inteso solo "manifestare la disponibilità della Santa sede per l’apertura della bara e la verifica del contenuto, in modo da sgombrare il campo da qualsiasi sospetto". Proprio per questo Pietro, che ieri ha parlato pure della disponibilità del magistrato titolare dell’inchiesta italiana, Capaldo, di essere audito in Vaticano, l’altro pezzo da novanta che dovrebbe essere ascoltato è proprio don Georg. Per chiarire i contenuti di quegli incontri in procura e la questione del dossier: "Lui mi disse che il dossier c’è, mi disse di insistere con la segreteria di Stato e farmelo dare, è assurdo che nel suo libro lo smentisca". Tra l’altro, aggiunge Orlandi, "di quel dossier mi parlò anche Paolo Gabriele", l’ex maggiordomo di Benedetto XVI che trafugò i documenti segreti del Papa, anche lui scomparso. "Non era un traditore, un corvo come viene descritto, era una persona che voleva veramente bene a Ratzinger, voleva aiutarlo perché vedeva il suo pontificato avvitato negli scandali. Noi ci conoscevamo bene, abitavamo nella stessa palazzina in Vaticano, lui mi disse di aver visto il dossier sulla scrivania di Georg, in una cartellina trasparente. Mi disse che avrebbe voluto fotocopiarlo ma proprio in quel momento stava entrando Georg".

Per Orlandi vanno poi sentite figure apicali del Collegio cardinalizio, come il cardinale Giovanni Battista Re, uno dei pochi ancora in vita già attivo in Curia all’epoca dei fatti. E ancora, il cardinale Salvatore De Giorgi, che nel 2013, prima delle inaspettate dimissioni di Ratzinger, fu incaricato proprio da Benedetto XVI di fare indagini insieme ad altri due porporati e redigere una inchiesta esaustiva della vita interna al Vaticano che poi confluì in un famoso scatolone bianco consegnato da Benedetto a Francesco dopo la sua elezione. "Andrebbe ascoltato anche Bergoglio – insiste –, perché ci ha detto che Emanuela è morta? Magari qualcuno gli ha detto così".

Prende il microfono l’avvocata Sgrò: "Se il Vaticano non ha i mezzi come piccolo Stato per fare indagini, applichi l’articolo 1 del Concordato e collabori con la Procura italiana. La verità su Emanuela, dopo 40 anni, se la meritano tutti, la mamma, la famiglia, ma se la meritano anche lo Stato italiano e la stessa Chiesa. In questi giorni in Vaticano si sta celebrando il cosiddetto processo del secolo. Un processo sui soldi. Dimostrino che c’è la stessa volontà anche per una vita umana".