di Antonella Coppari Stavolta Giancarlo Giorgetti non si nasconde. "La soluzione migliore per il Colle sarebbe confermare Mattarella per un anno. Se non è possibile, va bene anche Draghi". In apparenza due opzioni, in realtà una: Draghi nel 2022, oppure Draghi nel 2023. Lo afferma nel libro-strenna annuale di Bruno Vespa, ben consapevole di quanto rumoroso sia quell’amplificatore. La vera granata arriva però a stretto giro: "Il premier potrebbe guidare il convoglio anche da fuori. Sarebbe un semipresidenzialismo de facto, in cui il capo dello Stato allarga le sue funzioni approfittando di una politica...

di Antonella Coppari

Stavolta Giancarlo Giorgetti non si nasconde. "La soluzione migliore per il Colle sarebbe confermare Mattarella per un anno. Se non è possibile, va bene anche Draghi". In apparenza due opzioni, in realtà una: Draghi nel 2022, oppure Draghi nel 2023. Lo afferma nel libro-strenna annuale di Bruno Vespa, ben consapevole di quanto rumoroso sia quell’amplificatore. La vera granata arriva però a stretto giro: "Il premier potrebbe guidare il convoglio anche da fuori. Sarebbe un semipresidenzialismo de facto, in cui il capo dello Stato allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole". Il numero due della Lega svela la carta che molti avrebbero preferito restasse coperta: è evidente che sia per il ruolo che svolge in Europa sia per le contingenze di questa fase storica, il capo dell’esecutivo non potrebbe essere un presidente come i suoi predecessori. Lo sanno tutti, ma dirlo è un’altra cosa. L’uscita infatti non fa alcun piacere all’ala sinistra della maggioranza. Giorgetti, che è un calcolatore, azzarda lo stesso, perché è convinto che in nessun caso Letta e Conte possano opporsi a una presidenza Draghi, ma anche per allettare tutto il centrodestra che del presidenzialismo ha fatto una bandiera.

L’offensiva però è su due fronti. Il ministro dello Sviluppo economico non perde di vista l’obiettivo di fondo: correggere radicalmente la linea del Carroccio. "La svolta europea di Salvini è incompiuta". Per "istituzionalizzarsi", spiega, "deve abbandonare l’alleanza con l’estrema destra di Afd ed entrare nel Ppe", sfruttando il dibattito tra i conservatori tedeschi per riassestare a destra i popolari. "Il problema non sono io che ho una credibilità internazionale, ma se Matteo vuole sposare una nuova linea. Lui è abituato a essere un campione d’incassi nei western, io gli ho proposto di essere attore non protagonista in un film drammatico candidato agli Oscar. È difficile far convivere Bud Spencer e Meryl Streep".

Fresco di un abbraccio con il presidente brasiliano Bolsonaro che fa venire l’orticaria a Giorgetti, Matteo la prende male. Il gotha del Carroccio anche peggio. Il capo è brusco: "A me piace il teatro – taglia corto Salvini –. Io mi occupo di tasse e pensioni e sto lavorando per un grande gruppo che metta insieme il centrodestra in Europa". Gli ufficiali schiumano rabbia, sospettano che Giancarlo punti a Palazzo Chigi (magari con Fedriga segretario del partito) e aspettano il Consiglio federale convocato per domani per "chiarire le cose". Potrebbe sembrare il preludio a uno scontro frontale, forse a una scissione, ma non è cosi. Giorgetti garantisce: "Non ho bisogno di un nuovo posto: voglio portare la Lega in un altro posto". La sua è una guerra di posizione. Conta sulle circostanze per spingere il frontman del quale il Carroccio non può fare a meno a spostarsi. Fra le “contingenze“, l’elezione di Draghi al Colle giocherebbe un ruolo importante. Le due sfide di Giorgetti sono intrecciate, rinviano una all’altra e dimostrano quanto determinante per il futuro dell’Italia sarà l’elezione del prossimo presidente.