Roberto

Pazzi

Anestetizzati dalla civiltà dei consumi avanzata, divenuti poveruomini a una sola dimensione, abituati a una scansione dei giorni depurata da ogni possibile rischio, dalla culla alla bara, non sarà che abbiamo perduto il sapore più autentico della libertà? Oggi come uno spettro la grande paura si aggira nelle coscienze dei minacciati dal virus e dal terrore di un rimedio peggiore del male. Ma la libertà è rischio, come dice Ibsen ne ’La donna del mare’: "Non ci sono certezze nella libertà. Per questo è così bella. Per questo tutti sognano di essere liberi". Il senso più generoso della vita è legato all’avventura, alla scoperta di orizzonti impensati e nuovi, all’insaziabilità della conoscenza che sfida il destino, come Plinio il vecchio davanti all’eruzione del Vesuvio. Ulisse ci ricorda di cosa siamo fatti nei versi più moderni di Dante, "fatti non fosti a vivere come bruti ma per seguir virtute e canoscenza". E così Ulisse abbandona le comode sicurezze del matrimonio e della paternità per seguire la scomodità della conoscenza. Così come aveva rifiutato l’immortalità per non piombare in una dimensione senza rischi, senza sentimento dell’effimero, senza orizzonte che non fosse la noia di una condizione cloroformizzata. Quella vita taccagna nella quale abbiamo una voglia matta di ripiombare, senza approfittare di quest’occasione per rifondarla, trasformando la paura della morte in opportunità.