Bernardo Provenzano (Ansa)
Bernardo Provenzano (Ansa)

Milano, 13 luglio 2016 - Usava i pizzini Bernardo Provenzano. Il boss dei boss di Cosa Nostra, morto oggi all'età di 83 anni, non comunicava via telefono, radio e tanto meno si fidava di quel Web che prendeva già piede nei suoi ultimi anni di reggenza. Per non farsi intercettare aveva scelto di comandare l'organizzazione criminale più potente del nostro Paese attraverso dei comuni biglietti. Scriveva a penna alla compagna, ai figli e al nipote Carmelo Gariffo. E impartiva ordini al suo clan. Fu proprio un pizzino, però, a tradirlo. Era l'11 aprile 2006, Provenzano veniva catturato a due passi da Corleone, il Paese in cui era nato l'11 gennaio 1933.

CHI ERA - Zu Binnu, oppure Binnu u tratturi (Bernardo il trattore, per la violenza con cui stroncava le vite dei nemici) è stato uno dei criminali più spietati degli ultimi 50 anni, re di Cosa Nostra dal '93 al 2006 e condannato in contumacia a 3 ergastoli. Il boss siciliano rappresentava in carne e ossa alcune delle pagine più nere della storia italiana recente. E' lui a impartire l'ordine degli attentati di Capaci e via d'Amelio nel 1992, le stragi in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E c'è sempre la sua mano nell'autobomba di via dei Georgofili a Firenze.

GLI INIZI - Terzo di sette figli di Angelo, bracciante agricolo, non finisce la seconda elementare per seguire il padre nei campi. Giovanissimo, si unisce al mafioso Luciano Liggio, che lo affilia alla cosca locale. Subito la sua fama è quella di terribile killer sanguinario e di ottimo tiratore di pistola. A inizio anni Sessanta è spietato protagonista della prima guerra di mafia palermitana contro il clan Navarra, quando, nel pieno del conflitto, si registra più di un omicidio al giorno. Diventa latitante il 18 settembre 1963: i carabinieri di Corleone lo denunciano per l'omicidio di Francesco Paolo Streva, uomo del clan Navarra, commesso una settimana prima. In un rapporto protocollato dalle forze dell'ordine,  Provenzano viene definito senza mezzi termini "elemento scaltro, coraggioso e vendicativo che si sposta con due pistole alla cintola". Approda ai vertici di Cosa nostra all'inizio degli anni '80 e in quel periodo riesce a gestire la sua latitanza nella zona di Bagheria riciclando denaro sporco grazie a fortunati investimenti nel settore immobiliare.

IL BOSS DEI BOSS - La sua furia omicida non si ferma: nel 1981 con Totò Riina (al cui cospetto per alcuni  Provenzano era "un nuovo Einstein") dà linfa alla seconda guerra di mafia, eliminando i boss rivali (i clan Inzerillo e Bontate arricchitisi con il traffico di droga) e formando una nuova 'Commissione', composta da capimandamento fedelissimi. Il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè dichiarerà che Riina e Provenzano "non si alzavano da una riunione se non quando erano d'accordo". Nel 1993, dopo l'arresto di Riina, Provenzano rimane l'unico vertice della Cupola. 

I PIZZINI - Nei 13 anni alla guida della mafia, sfugge più volte alla cattura. La svolta è proprio l'intercettazione di quei pizzini che per anni lo avevano tenuto nell'ombra, rendendo inaccessibili le sue mosse. A tradirlo è l'ultimo biglietto, inviato alla compagna la mattina stessa dell'arresto. "Complimenti, sono io quello che cercate", dice il Boss agli agenti che lo trovano l'11 aprile 2006 in una masseria in località Contrada dei Cavalli, poco fuori Corleone, a due passi da dove era nato. Provenzano non oppone la minima resistenza, limitandosi a chiedere che gli venga fornito l'occorrente per le iniezioni che deve effettuare in seguito all'operazione alla prostata. Per il ministero della Giustizia aveva meritato il carcere duro, anche quando per i medici non era più capace di incapace di intendere e volere.