Il presidente Usa Donald Trump (Ansa)

Non appare esagerata la reazione irata del presidente americano Donald Trump all’editoriale anonimo, ma attribuito a una persona dello staff presidenziale ovvero a un funzionario dell’amministrazione, apparso sul New York Times secondo il quale all’interno della Casa Bianca si sarebbe costituito un vero e proprio centro di resistenza contro le decisioni presidenziali che metterebbero a repentaglio «la salute della Repubblica». Trump ha parlato di «tradimento» e di azione vergognosa. E, al tempo stesso, ha riaffermato i «successi» che, a suo dire, caratterizzerebbero l’attività della sua amministrazione. Una fulminante battuta di Arthur Schopenhauer potrebbe sintetizzare lo stato d’animo e il tipo di reazione di Trump: «Dovunque e comunque si manifesti l’eccellenza subito la generale mediocrità si allea e congiura per soffocarla».

Al di là, però, della «eccellenza», o meno, della amministrazione Trump, rimane il fatto che, in una democrazia rappresentativa e concorrenziale, come quella americana, non è ammissibile che pubblici funzionari lavorino per boicottare le scelte del vertice di quella struttura burocratica e amministrativa della quale fanno parte ed alla quale dovrebbero essere fedeli. Né, d’altro canto, la decisione del New York Times di dare spazio e voce al protagonista di questa forma di «resistenza», garantendogli la copertura dell’anonimato, è giustificabile in nome della libertà di stampa.

Nel valutare questo caso non si dovrebbero dimenticare due elementi. Il primo è che il presidente degli Stati Uniti è stato eletto con un voto popolare e che il sistema costituzionale americano è caratterizzato da efficaci meccanismi di bilanciamento dei poteri. Il secondo è che la stampa ha tutto il diritto di controllare l’attività presidenziale con l’energia della polemica anche corrosiva e delle inchieste anche le più impietose, ma non dovrebbe trasformarsi in portavoce di comportamenti al limite dell’illecito non soltanto etico ma anche penale.

La forza, e anche la superiorità, di una democrazia concorrenziale di tipo liberale, rispetto ai regimi di tipo autoritario e/o totalitario stanno, proprio, nel fatto che, al suo interno, la lotta politica dovrebbe essere portata avanti con l’efficacia delle argomentazioni e con la trasparenza dei comportamenti, non con la copertura dell’anonimato e con la tecnica del complotto. Il boicottaggio delle scelte politiche nazionali e delle decisioni di vertice, organizzato all’interno di strutture burocratico-amministrative o di apparati di potere, è concepibile, e forse anche ammissibile in nome del «diritto di resistenza», negli Stati privati della libertà e delle garanzie costituzionali. Così, per esempio, maturarono l’opposizione e i complotti contro Hitler e quelli contro Stalin. Per non dire della congiura che nell’Italia fascista trovò il suo sbocco nella seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943 che segnò la parola fine sulla storia del regime.

Indipendentemente dal loro successo, o meno, queste forme di opposizione o, se si preferisce di resistenza organizzata o di complotto, avevano una loro logica e una loro giustificazione dovuta alla natura illiberale dei regimi contro quali erano dirette. Ma non è questo il caso degli Stati Uniti, anche degli Stati Uniti guidati da Trump.