Proviamo a rimettere l’orologio indietro di un paio di mesi, dopo averlo messo l’altra notte avanti di un’ora. Due mesi fa avevamo degli alleati certi, di riferimento. Gli Usa, da sempre. L’Europa, con i suoi limiti. Poi, tanti piccoli amici in giro per il mondo e per il Mediterraneo. Gli altri big erano un altro capitolo. La Cina non era lontana, ma neppure vicina: sulla via della seta c’erano spesso lavori in corso. La Russia sarebbe stata amica, se non avesse invaso l’Ucraina, cosa che ci ha molto indignato, fino a farci condividere sanzioni per Mosca. Poi sono venuti i giorni drammatici dell’epidemia. E bene o male, anche per le nostre relazioni possiamo dire che niente sarà più come prima. Anzi, che lo è già ora. Le carte si rimescolano, le gerarchie mutano. Nel momento del bisogno le amicizie si misurano con i fatti, non a pagine di storia. Così, capita di dover ringraziare Cuba con Cina e Russia, anche se Pechino ha infestato il mondo. Capita che arrivino i loro materiali, i medici, gli infermieri. Anche i militari. Normale: dai regimi le stellette partono assieme alle mascherine. La Francia è preoccupata per queste infiltrazioni. E possiamo esserlo anche noi. Domani. Oggi pensiamo a quante volte la Francia si è “infiltrata” nelle nostre aziende. Detto questo, noi siamo nella Nato e i due colossi contro: la cornice non cambierà. Il dopo, però, non potrà che essere a geometrie variabili. Partendo, se possibile, dal nostro interesse. E dalla memoria. Gli Usa? Non pervenuti. La Germania? Si cura dei nostri malati, ma per la nostra economia non ha ventilatori. L’Europa? Noi ci siamo, loro parlano alla Von der Leyen. L’ Albania no. Ad agosto del 1991 sbarcarono in 20mila. Disperati. Ieri sono arrivati 30 medici e infermieri. Quello che potevano. Per dirci grazie. E per darci una mano.