Restammo impressionati la sera in cui una giovane donna piemontese che aveva aperto un ristorante a Whuan ci mostrò il video in cui da tutti i grattacieli intorno a quello in cui abitava migliaia di persone gridavano: "Whuan ce la farà!". Non immaginavamo che un mese e mezzo dopo sarebbe toccato a noi, ieri sera, aprire finestre e balconi di casa e cantare una canzone per dire che tutto andrà bene. Ci crediamo. Gli italiani stanno comportandosi con disciplina crescente. Le strade sono deserte, le file davanti ai supermercati e alle farmacie sono silenziose e rassegnate: mi ricordano quelle dei berlinesi dell’Est, prima che cadesse il Muro.

Con una differenza: loro erano attaccati l’un l’altro, noi indossiamo quasi sempre una mascherina anche per strada e teniamo chi ci precede a una distanza doppia rispetto al metro regolamentare. Aspettiamo che passi la nottata. Quanto durerà? Non lo sappiamo. Il risveglio non sarà indolore. Il governo potrà spendere decine di miliardi, il muro famoso del 3 per cento deficit/pil sarà superato senza drammi. Non ci regalano niente. Sono debiti nostri, che ripagheremo con onore. Il governo ha l’enorme responsabilità di spendere presto e bene: operai e impiegati di qualunque livello saranno tutelati. Ma i lavoratori autonomi? I piccoli negozi che chissà se e quando riapriranno? Il mondo del turismo che rischia di perdere la stagione? Il mondo si è isolato dall’Italia. Basterà un calo sostenuto dei contagi a riaprire i confini? Si è parlato di ritrovare lo spirito del dopoguerra. 

Noi lo invochiamo da ben prima che arrivasse il Covid 19, visto che abbiamo il virus della mancata crescita da vent’anni. Allora c’era i soldi del piano Marshall regalati dagli americani. E non c’erano i vincoli burocratici di oggi, altrimenti il piano Fanfani non avrebbe dato una casa a 2200 famiglie a settimana per 14 anni e l’autostrada del Sole non sarebbe stata costruita in otto. Saprà fare altrettanto la politica d’oggi? Una politica congelata. Il rinvio del referendum alla data delle elezioni regionali e addirittura il possibile rinvio delle regionali stesse, oltre a quello delle nomine nelle società pubbliche, ferma sine die la dialettica politica. Siamo in guerra. Combatterla uniti è necessario, ma non sufficiente. Bisogna impiegare bene le munizioni disponibili e non perdere l’occasione.