C'è un brano cult di Vasco Rossi che comincia così: "C’è qualcosa che non va in questo cielo, c’è qualcuno che non sa...". Ritornello: "c’è chi di dice no, c’è chi dice no...". Utilizzato come provocazione sembra la colonna sonora dello scenario lavoro-immigrazione che circonda la società da molto tempo in un vortice irrisolto. Perché lavoro-immigrazione? Sono due temi che si incrociano, sono convergenze parallele che non affascinano, anche se la sfiorano, la campagna elettorale delle amministrative tutta giocata sui temi cittadini (giustamente). Due aspetti, dunque. Il lavoro c’è ma non si trovano i lavoratori.

Hanno faticato a scovarli nell’estate del revival del turismo i baristi, i ristoratori, gli albergatori. E così gli artigiani, l’hanno presa persa anche gli imprenditori agricoli. Valter Scavolini, fondatore della azienda pesarese di mobili da cucina, l’ha gridato ribadendo ciò che molti imprenditori e cittadini pensano: tanti giovani e non preferiscono stare sul divano e incassare il reddito di cittadinanza (qualcuno con impiego in nero) anziché rimboccarsi le maniche. È la sintesi del ragionamento, ma non lontana dalla realtà. Poi c’è l’immigrazione che, certo, è utile per coprire posti di lavoro che gli italiani schivano, ma non si riesce a incanalarla su percorsi razionali. Anche grazie al non aiuto dell’Europa che dell’Italia approdo di migranti se ne frega. Molte parole e pochi fatti. Siamo un po’ soli e un po’ mal accompagnati.

Ora abbiamo superman Mario Draghi che guida il transatlantico Italia nel porto dei fondi europei. Bene, ma il tema lavoro-migranti è legato anche a questo aspetto, considerata una probabile corsa virtuosa del Paese. Il "c’è posto per tutti" della immigrazione è un concetto romantico ma lontano dalla realtà. L’ho sentito ribadire al festival francescano di Bologna da persone generose come Cecilia Strada, figlia di Gino Strada e angelo delle Ong nel Mediterraneo, dal cardinale di Bologna Matteo Zuppi e da padre Enzo Fortunato, leader degli eredi di San Francesco e direttore della sala stampa di Assisi. Ma poi, allo slancio solidale dell’"in mare bisogna salvare vite, accogliere tutti coloro che fuggono da guerre e paesi disastrati", bisogna dare una veste che possa coniugarsi con la ragion di stato, la società civile, la sicurezza, la possibilità di assistere le persone con dignità e dare loro una occupazione e non solo un letto e un pasto nei centri. Dunque, il flusso migratorio può aiutare l’economia italiana, ma solo se controllato, guidato con criteri di civiltà culturale e giuridica. Intanto la crescita dell’Italia nel secondo trimestre è del 2,7%, più 17,3% sul 2020 (Istat), il Pil 2021 si avvia al 6%. Ma scarseggiano i lavoratori. Misteri del terzo millennio.