Seduta in un angolo della stanza per non disturbare, la Morte ha passato una notte angosciosa e piena di dubbi. Centosette è la media del suo fatturato mondiale al minuto, tanti ne porta via ogni sessanta secondi che passano sulla Terra. Senza ripensamenti. Ma quando il piccolo uomo di nome Alfie ha preso aria dalla bocca dei genitori facendo a meno del respiratore, si è trovata a sbattere contro il proprio enigma, come un mortale qualunque. Dove inizio, dove finisco e perché? Perché anche i bambini? Perché tanta fretta di chiudere con questo bambino condannato senza scampo da una malattia sconosciuta, che in quanto tale potrebbe avere altrettanto sconosciuti approdi? Non so niente di sopravvivenza, non mi compete e vado contro il mio interesse. Ma voi medici, teologi e giuristi che vi impicciate: non avete abbastanza da fare con il mistero della vita? Sempre più nervosa, non portata al negoziato, la Morte ha registrato con fastidio l’annuncio di nuove udienze per decidere che cosa fare di Alfie, nel frattempo diventato cittadino italiano. Senza potere fare a meno di riconoscere la rapidità e la destrezza degli italiani nel risolvere le grane degli altri in materia di spine da staccare. Le è tornata in mente anche la storia di Samarcanda: alla fine quella nel posto giusto è sempre lei.

Però in quella stanza si sentiva fuori contesto. Bastavano una mamma e un papà in bilico sul miracolo. E la loro scelta forse assurda di guadagnare tempo e fiato. Chiedere per Alfie frammenti di vita può essere una cosa logica anche per la Morte, in un momento di solenne confusione. Non certo per farlo guarire e diventare grande. E nemmeno per prosciugare i conti della sanità pubblica. Fiato per l’ultimo bacio. Tempo per imparare la lezione difficile e inevitabile del distacco.