Pechino, 14 gennaio 2018 - L'incidente risale al 6 gennaio: una petroliera iraniana - la Sanchi - si è scontrata con un mercantile nel Mar della Cina a 300 km a est da Shanghai, prendendo popi fuoco. Oggi è colata a picco e ufficialmente non c'è speranza per i 32 membri dell'equipaggio, tuttora dispersi (solo tre corpi sono stati recuperati).

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Quello che si teme ora è il disastro ambientale: la nave trasportava 136 mila tonnellate di petrolio ultraleggero. Le autorità cinesi tentano di rassicurare: "non c'è una grossa chiazza" in mare.  Diversa la musica che viene da altri osservatori: Mohammad Rastad, portavoce della squadra di soccorso iraniana inviata a Shanghai, ha riferito che due terzi del contenuto della petroliera sono in mare, mentre giornalisti che hanno avuto la possibilità di sorvolare la zona hanno raccontato che una chiazza di greggio si estende in mare per una decina di chilometri.

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A lanciare l'allarme ambientale è Greenpeace, mentre secondo la State Oceanic Administration"non c'è al momento una grande minaccia ambientale all'ecosistema marino" perché, a causa della loro "volatilità", la "gran parte" di questi idrocarburi "si è dispersa nell'aria". 

Quanto alla nave cinese coinvolta nell'incidente del 6 gennaio, sono tutte in salvo le 21 persone a bordo della CF Crystal.

"Dopo aver recuperato la scatola nera - racconta il ministero dei Trasporti cinese - i soccorritori avevano cercato di raggiungere le aree comuni, ma la temperatura ha raggiunto 89 gradi Celsius e non sono riusciti ad entrare. Un totale di 13 navi - 10 cinesi, due giapponesi e una sudcoreana - prendono parte all'operazione di soccorso, di recupero di petrolio e spegnimento delle fiamme.