Barcellona, 7 ottobre 2017 - Dopo le manganellate e le minacce di commissariamento dell’autonomia catalana, qualche simbolica carota. Il prefetto del governo spagnolo in Catalogna, Enric Millo, ha chiesto scusa «a nome degli agenti intervenuti» per i feriti e le cariche di polizia nei seggi, pur dando la colpa alla Géneralitat  «per aver voluto tenere comunque il voto». A Madrid intanto il capo del governo Mariano Rajoy ha per ora resistito alle pressioni degli alleati Ciudadanos e dell’ala dura del Partito Popular  rappresentata nell’esecutivo dalla vicepresidente María Soraya Sáenz de Santamaría che chiedevano in maniera pressante una attivazione preventiva dell’articolo 155 della Costituzione, con conseguente commissariamento dell’autonomia catalana.

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Il governo spagnolo teme che un atto preventivo innescherebbe una dichiarazione di indipendenza che il governo catalano tatticamente non ha ancora deciso se fare o meno adesso, nonostante la sua ala radicale lo pressi in tal senso. Rajoy è duro, ma preferisce agire per ora su altre leve, in particolare su quella economica, facendo intravedere ai catalani il rischio di recessione se andranno avanti verso l’indipendenza. 

Il problema è ben evidente a Puigdemont che martedì alle 18 si presenterà in aula al parlamento catalano. A differenza della prima richiesta di convocazione per lunedì (poi sospesa dal Tribunal Costituzional) l’ordine del giorno di martedì non fa cenno al riferimento al referendum del primo ottobre, ma parla semplicemente di «informativa sulla situazione politica attuale». Può essere una mossa per dribblare il Tribunal Costituzional, ma anche una strategia per rinviare la proclamazione unilaterale di indipendenza e dare spazio a una mediazione, della quale tutti parlano ma che ancora non si è materializzata. Ieri Madrid ha anche chiesto elezioni catalane per cercare di indebolire il fronte di Puigdemont. «Sarebbe un bene – dice il portavoce del governo Inigo Mendez de Vigo – iniziare a sanare la frattura nel parlamento della Catalogna attraverso elezioni autonome. Dopodiché se la Generalità tornerà alla legalità si potrà dialogare».

Nel frattempo la giustizia spagnola e quella catalana agiscono in senso opposto. Un giudice di Barcellona ha aperto un’indagine sull’operato della polizia il primo ottobre: il fascicolo riguarda gli incidenti in 23 seggi nei quali ci sono stati 130 feriti. Il magistrato, informa una sua nota «vuole accertare se ci sia stata proporzionalità nell’operato della polizia e se l’intervento abbia colpito la normale convivenza».

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E la giustizia spagnola non è certo da meno. Il capo della polizia catalana dei Mossos d’Esquadra Josep Lluis Trapero e i presidenti delle organizzazioni indipendentiste Anc e Omnium, Jordi Sanchez e Jordi Cuixart e la funzionaria dei Mossos Teresa Plana sono stati interrogati ieri mattina da un giudice della Audiencia Nacional, che li ha indagati per «sedizione» in relazione ai fatti del 20 e 21 settembre, quando la Guardia Civil fu assediata mentre perquisiva la sede del ministero catalano dell’Economia. Mentre Sanchez e Cuixart si sono avvalsi del diritto di non rispondere, Trapero ha risposto per un’ora alle domande. «L’azione dei Mossos – ha detto – è stata corretta e necessaria, perché il corpo non era stato avvertito con sufficiente anticipo e non è stato possibile pianificare il dispositivo». Per nessuno sono state disposte misure cautelari. Ma l’inchiesta contro Trapero e gli altri tre si sta ampliando anche a tutti i fatti del primo ottobre.

L'ufficio del procuratore generale ha infatti ricevuto un nuovo rapporto di polizia che può essere decisivo al fine di determinare l’intera portata dell’ accusa e ritiene che «la decisione sull’ adozione di misure cautelari deve essere presa valutando tutto il materiale». Servirà una nuova udienza, che non sarà effettuata prima del 16 ottobre. Ora più che mai la spada di Damocle incombe sui Mossos e sugli organizzatori delle manifestazioni. Bastone e carota.