Questa storia ci riporta ad un’Italia lontana e antica: ma è proprio nelle cose che trapassano le mode e restano nel cuore che si misura la forza di un mito. Bene. Siamo nell’Italia che ancora doveva conoscere l’inutile strage della Prima Guerra Mondiale. Anno 1910: gli ultimi due scudetti li aveva vinti la Pro Vercelli, un chilo di pane costava 42 centesimi, le scarpe avevano i nastri di raso e andavano di moda le gonne lunghe e strettissime alla caviglia, che obbligavano le donne al passo corto per non...

Questa storia ci riporta ad un’Italia lontana e antica: ma è proprio nelle cose che trapassano le mode e restano nel cuore che si misura la forza di un mito. Bene. Siamo nell’Italia che ancora doveva conoscere l’inutile strage della Prima Guerra Mondiale. Anno 1910: gli ultimi due scudetti li aveva vinti la Pro Vercelli, un chilo di pane costava 42 centesimi, le scarpe avevano i nastri di raso e andavano di moda le gonne lunghe e strettissime alla caviglia, che obbligavano le donne al passo corto per non cadere. Francesco Baracca non è ancora l’asso dell’aviazione nazionale, cui si attribuirono poi 34 abbattimenti di aerei nemici: è un allievo che frequenta la scuola di cavalleria presso il 2° Reggimento “Piemonte Reale” fondato nel 1692 dal Duca di Savoia.

Il reparto possiede come stemma araldico un cavallino rampante argenteo, su sfondo rosso, orientato a sinistra e con la coda abbassata. Baracca sceglie di adottare, con qualche variante, lo stesso stemma del “Piemonte Cavalleria” come emblema personale. Altri attribuiscono la scelta dell’aviatore al logo della città di Stoccarda, cui apparteneva il quinto nemico abbattuto: allora infatti si veniva considerati assi dell’aviazione dopo l’abbattimento del quinto nemico. Ma non è questa la tesi importante. Conta che il cavallino, appare nel 1917: sul lato destro della fusoliera i piloti solitamente applicano le loro insegne personali e Baracca adotta come proprio questo cavallino rampante mutandolo da argenteo in nero, in modo che si notasse di più rispetto al colore della fusoliera.

Quando Enzo Ferrari, il 16 giugno 1923, a Ravenna, guidando l’Alfa Romeo RL-Targa Florio insieme a Giulio Ramponi, vince il primo Circuito del Savio, incontra il conte Enrico Baracca, padre di Francesco, già conosciuto qualche tempo prima a Bologna. È lo stesso Ferrari che, il 3 luglio 1985, lo racconta in una lettera allo storico lughese Giovanni Manzoni. "Fu la signora Baracca, mamma dell’aviatore, a dirmi un giorno – scrive –: “Ferrari, metta sulle sue macchine il cavallino rampante del mio figliolo. Le porterà fortuna” (...). Conservo ancora la fotografia di Baracca, con la dedica dei genitori con cui mi affidano l’emblema. Il cavallino era ed è rimasto nero; io aggiunsi il fondo giallo canarino che è il colore di Modena".

Il sito del museo Baracca racconta ancora, in proposito, che “secondo autorevoli testimonianze, all’origine della scelta di Enzo Ferrari, vi sarebbero l’amore per la poesia di Giovanni Pascoli e la sua ammirazione per la figura di Baracca, maturata nel corso dell’adolescenza.

a. c.