Dopo l’omicidio di Giulia le richieste di aiuto aumentano: "Ma nove violenze su dieci ancora restano sommerse"

La ragazza uccisa l’11 novembre, le telefonate al numero verde sono salite da 9mila a 13mila in un mese. Audizione delle associazioni in commissione alla Camera: "Incoraggiamo le vittime a farsi avanti"

Milano: un murale per Giulia Cecchettin a pochi passi dal Duomo

Milano: un murale per Giulia Cecchettin a pochi passi dal Duomo

Roma, 13 gennaio 2024 – Dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin continua ad allungarsi la lista di donne uccise da uomini a loro vicini, compagni, fidanzati, mariti: 103 vittime nel 2023, già 5 quest’anno. Da quell’11 novembre, tuttavia, qualcosa è cambiato. "È aumentata la consapevolezza collettiva", spiega la presidente di Differenza Donna, Elisa Ercoli.

Un effetto che si riflette nel numero di donne che negli ultimi mesi si sono rivolte al 1522, il numero nazionale di pubblica utilità antiviolenza e stalking, gratuito e attivo 24 h su 24, attivato nel 2006 dalla presidenza del Consiglio dei Ministri e gestito da Differenza Donna.

"A dicembre i contatti al 1522 sono triplicati: ne abbiamo avuti mille a ottobre, 9mila a novembre e 13mila a dicembre. Chiamano anche parenti e amici di donne, anche giovanissime, preoccupati da alcuni segnali che emergono dalle relazioni di queste ultime. Si parla di più e meglio della violenza sulle donne, arginando stereotipi e pregiudizi, e questo si riflette anche sulla reazione collettiva".

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Ma il cambio di mentalità in corso è solo un primo passo. "Per realizzare un reale cambiamento adesso – sottolinea Ercoli – questi effetti vanno supportati con azioni sistemiche di prevenzione e protezione. Per fare questo – e la Convenzione di Istanbul ce lo dice molto chiaramente – servono interventi sistemici, non spot, con una programmazione a breve, medio e lungo periodo". Un appello che la presidente di Differenza Donna ha rivolto a chiare lettere ieri durante l’audizione alla Camera in Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio.

Per circa la metà delle vittime – stando ai dati dei primi tre trimestri del 2023 – è la violenza fisica a motivare il ricorso alla chiamata di aiuto al 1522 (47,6% sul totale delle risposte.), mentre la violenza psicologica è la seconda causa delle chiamate (36,9%). La maggior parte delle vittime riporta un lungo vissuto di violenze subite: il 64,5% dichiara di aver subito per anni, e il 25,5% per mesi la violenza, mentre il dato relativo alle richieste di aiuto di vittime che hanno subito soltanto uno o pochi episodi di violenza si attesta al 10%. Il 24,8% delle vittime che si sono rivolte al 1522 hanno paura di morire e timore per la propria incolumità e dei propri cari, mentre i due terzi di esse provano ansia e il 24,3% si sente in grave stato di soggezione. Il 10,2% si sente invece molestata, ma non in pericolo.

La violenza riportata al 1522 – rileva il rapporto – è preminentemente di tipo domestico: nei tre trimestri del 2023 il 79,4% dichiara che il luogo della violenza è la propria casa. Secondo l’Istat nel nostro Paese il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Ma si stima che il 90 per cento delle violenze (9 su 10) rimanga sommerso.

"Per facilitare l’emersione del sommerso – afferma Ercoli – il primo obiettivo è credere di più alle donne. Lo Stato italiano ha l’obbligo di protezione nei confronti delle donne e dei bambini in uscita dalla violenza ma questa protezione viene messa in atto con criticità e ritardi e a volte, ancora oggi, si mette in atto una vittimizzazione secondaria". Fattori che rendono le donne insicure e restie a denunciare. Tra luglio e settembre 2023 solo il 15,8% delle donne che si sono rivolte al 1522 ha denunciato la violenza subita (1.311 vittime): il 59,4% delle vittime infatti dichiara di non denunciare anche se la violenza subita dura da anni.

Per innescare un’inversione di tendenza servono, tuttavia, più risorse. "In questa legge di Bilancio ci sono 40 milioni in più. Si tratta di una somma cospicua ma – spiega Ercoli – sicuramente non sufficiente a rendere davvero solido il sistema. Per fare un esempio la Basilicata prende ad oggi 5mila euro per ciascun centro antiviolenza: una somma che non consente di offrire un servizio 365 giorni l’anno con reperibilità h24. Vogliamo che arrivi forte e chiaro alle istituzioni il messaggio che questi soldi vanno spesi nel 2024, serve una capacità di programmazione delle politiche immediata. Tantissime Regioni hanno stanziato i fondi del 2022 solo lo scorso dicembre".